Fabrizio Silei.
...
.
..
Prima che venga giorno.
...
.
...
2013. Loescher Editore, TORINO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
...
.
...
Innumerevoli sono gli episodi dimenticati della Seconda guerra mondiale, e tra questi moltissime stragi senza motivo, o almeno senza un motivo noto. Fabrizio Silei ricostruisce con cura da storico e piglio da vero scrittore una strage "come tante" avvenuta nel cuore del Chianti, a Pratale, il 23 luglio 1944. 12 contadini morirono sotto il fuoco tedesco senza che se ne conoscano esattamente le cause. Ma alla ricostruzione dettagliata degli eventi, esposti in presa diretta, s'intreccia uno sguardo di oggi: la voce di una sopravvissuta che continua a interrogarsi su quello che  stato e sollecita, in questo modo, anche il nostro ricordo e la nostra attenzione.
...
.
...
L'AUTORE.
...
.
...
Fabrizio Silei (Firenze, 1 luglio 1967)  uno scrittore italiano.
Ha pubblicato opere famose, tra cui L'autobus di Rosa, ispirato alla storia dell'americana Rosa Parks, che  stato tradotto in quindici lingue e portato in scena in diversi teatri italiani.
Nel 2012 con Il bambino di vetro vince il Premio Andersen per il miglior libro nella categoria 9-12 anni.
Nel 2014 vince nuovamente il Premio Andersen come miglior scrittore con la seguente motivazione "Per essere la voce pi alta e interessante della narrativa italiana per l'infanzia di questi ultimi anni. Per una produzione ampia e capace di muoversi con disinvoltura e ricchezza fra registri narrativi diversi: dall'umorismo alla misura breve del racconto per i pi piccoli, dall'albo illustrato al romanzo per adolescenti, dal progetto creativo ad un forte impegno civile. Per una costante e limpida qualit della scrittura."
...
.
...
AVVERTENZA.
...
.
...
Nonostante la passione e la competenza delle persone coinvolte nella realizzazione di quest'opera,  possibile che in essa siano riscontrabili errori o imprecisioni. Ce ne scusiamo fin d'ora e ringraziamo coloro che, contribuendo al miglioramento dell'opera stessa, vorranno segnalali all'Editore.
...
.
...
Indice.
...
.
...
Invito alla lettura.
Capitolo 1. 
Capitolo 2.
Capitolo 3.
Capitolo 4.
Capitolo 5. 
Capitolo 6.
Capitolo 7. 
Capitolo 8.
Il lungo dopoguerra dei mancati eroi.
Le azioni tedesche contro i civili (1943-1945). 
La strage di Pratale Voci.
Intervista a Fabrizio Silei.
Testimonianze.
Documenti originali.
Rassegna critica.
Le direttive dei comandi militari e la radicalizzazione della guerra. Oltre i luoghi comuni
...
.
...
Fine Indice.
...
.
...
Invito alla lettura.
...
.
...
CAPITOLO 1.
...
.
...
Fabbrica di Pratale, un pugno di case in mezzo alla zona del Chianti, in Toscana. Qui, il 23 luglio 1944, le SS trucidarono, senza un apparente motivo, dodici contadini inermi. Solamente le bambine e le donne vennero risparmiate, all'ultimo momento. Pare che a segnare la loro tragica sorte sia stato un abitante del posto, forse per vendicarsi di un qualche presunto torto. Fatto sta che sull'avvenimento, dopo alcune frettolose indagini, caddero il silenzio e la dimenticanza. Una delle tante, tantissime stragi che l'esercito nazista, durante la lunga ritirata, fra il 1944 e l'aprile del 1945 comp in Italia. Sempre con la collaborazione, spesso decisiva, dei fascisti della Repubblica di Sal. E ci  bene non dimenticarlo. Un massacro feroce ma - non sembri strano - neppure uno dei pi dolorosi e strazianti. Basti pensare ai 770 morti di Marzabotto, un paese in provincia di Bologna, soltanto nella giornata del 5 ottobre 1944, o a quello di Sant'Anna di Stazzema (Lucca) il 12 agosto con 560 civili uccisi in circa tre ore. Fabrizio Silei, una delle voci pi alte e interessanti della narrativa italiana per ragazzi,  andato a ripescare i pochi documenti ingialliti conservati presso l'Istituto storico della Resistenza della regione (che pubblica nella sezione 3. 
Fabbrica era, allora come oggi, poco meno di un borgo: un pugno di case coloniche raccolte attorno alla fattoria e alla piccola chiesa come pulcini intorno alla chioccia.
Tutt'intorno, a perdita d'occhio fino all'orizzonte, i campi di grano digradavano lievi per poi risalire spazzati dal vento: onde morbide di una mareggiata che anzich frangersi si mutava di colpo in enormi macchie di bosco per poi, ancora, quasi d'improvviso, ridivenire campo, terra, viottoli di sassi bianchi e polverosi che, al di l del borro, portavano a qualche colonica isolata o a un'altra manciata di case, con un altro nome.
Le persone del luogo vivevano distanti dai paesi pi vicini quel tanto che basta per non sentire il bisogno di recarvisi, se non di rado: in occasione di qualche fiera o della processione del Corpus Domini. Allora, con le scarpe lucide della festa in tasca e il vestito buono, camminavano tagliando su per i campi fino a San Casciano, oppure discendevano gi verso la piana e in una ventina di minuti giungevano
alla Sambuca: una piccola frazione cresciuta sul fiume Pesa, con il suo bar e il suo negozio. Un posto dove i pi anziani potevano comprarsi un mezzo sigaro toscano e una scatola di fiammiferi da cucina.
L si respirava gi un'aria diversa, ma ancora, in qualche modo, famigliare. Risalendo su fino alla strada vecchia e tagliando per il bosco arrivavano invece, in poco meno di un'ora, in via Roma, a Tavarnelle, un paese vero e proprio, costruito sulla via Cassia. Per la gente di Fabbrica era un po' come essere in citt, c'erano l'albergo Italia, la casa del fascio, il comune, le botteghe degli artigiani, la drogheria. Non bastava loro slegarsi le scarpe dal collo, lucidarle con il fazzoletto e ravversarsi il colletto "rigirato" della camicia per mescolarsi ai paesani e confondersi con il via vai del paese. A tradirli era il taglio dei vestiti, o piuttosto un certo modo che avevano di muoversi, di sorridere e di guardare verso il sole per indovinare l'ora.
In paese era tutto pi complicato e questo Giuliano lo sapeva bene: l c'era la politica, e la politica era cosa da persone di paese, da persone che avevano studiato; l c'erano i fascisti e uno come lui, con la terza elementare e le mani piene di calli, bisognava che misurasse le parole.
Tutte le volte che lo fermavano doveva spiegare che se non era al fronte era per via della pleurite(1) che quasi l'aveva ammazzato e mostrare il foglio che portava in tasca. Allora, carabinieri o fascisti che fossero, lo guardavano storto, squadrandolo dalla testa ai piedi. Era difficile credere che un ragazzo di trent'anni che appariva nel pieno della sua giovent e della sua forza non fosse un imboscato dell'8 settembre. Di malavoglia gli restituivano il documento dopo averlo letto con scrupolosa attenzione.
Ma in paese, a San Casciano e a Tavarnelle, Giuliano ci andava
volentieri lo stesso, gli piacevano l'andirivieni della gente, i profumi della via, e l'acre afrore che proveniva dalla bottega del maniscalco impegnato a ferrare i cavalli e si mesceva all'odore di piombo di qualche rara auto di passaggio.
Camminando svelto gli veniva da sorridere per un nulla e non poteva far a meno di fischiettare e salutare chi incrociava, come se il mondo fosse stato l ad attenderlo e non aspettasse che lui.
Di politica Giuliano non ne capiva niente, preferiva non pensarci, suo padre Carlo invece, che aveva fatto la guerra ed era stato tre anni in prigionia prima di ritornare, lui un'idea sua ce l'aveva ma quando chinati con la falce sotto il sole di giugno Giuliano gli domandava: Babbo, voi che ne pensate di questa storia del rame da donare alla patria?
Suo padre rispondeva che non ne pensava proprio niente, che gli avevano chiesto il rame e lui glielo aveva dato, che ne facessero pure quel che volevano, del suo rame. Che lui doveva pensare al grano e alle bestie e alla famiglia. Diceva cos ma intanto la rabbia gli montava dentro e, seguitando a ripulire le fave dalle erbacce, voltava la testa dall'altra parte per non farsene accorgere.
Non avevano pi neanche una teglia o un paiolo. Per andare a prender l'acqua avevano comprato una mezzina(2) di latta. Se  per questo la fede di ferro che aveva al dito gli faceva ancora pi rabbia. L'oro, la patria aveva voluto anche quello, per la guerra, per quel mostro che conosceva bene e dal quale chiss come era riuscito a fuggire. Se la sognava la notte, la guerra, sentiva il sapore inconfondibile della polvere da sparo bruciata frammista alla terra nel profondo della gola e con le gambe nude nel letto scappava e scappava
scalciando come una marionetta nelle mani di un pazzo. Poi, nel sonno, vedeva i pezzi dei corpi e sentiva le voci dei compagni morenti che chiamavano mamma, tutti con la medesima voce tenue e disperata, da bambini impauriti. Allora si svegliava nel letto mzzo(3), tremante, sudato fradicio anche d'inverno, il suo spettro bianco, il corpo secco da vecchio riflesso dal grande specchio dell'armadio, gli si faceva incontro tagliato dalle lame di luce lunare che filtrava dalla persiana e lui lo guardava impaurito e incredulo bisbigliando un Pater nostro.
Ce l'ho fatta, ce l'ho fatta si diceva bevendo dal bicchier d'acqua sul comodino. Ho corso pi in fretta di lei e riducchiava come un demente per poi restarsene insonne fino alla mattina a guardare le travi nere del soffitto, scure e allineate come tante casse da morto.
Era stato chiamato, poco pi che ragazzo, per difendere il sacro suolo della Patria. Ancora una volta quella parola: Patria con la P maiuscola, che sembrava fatta e creata per rovinargli la vita. Aveva posato la zappa, salutato i suoi vecchi e s'era avviato; un rapido addestramento e poi l'avevano vestito con delle scarpacce di cartone che gli facevano male ai piedi e non proteggevano dal freddo. Gli avevano dato un fucile e su, di corsa sopra ai camion, a dare il cambio alla prima linea, lui e altre centinaia di ragazzi, di contadini con in mano il loro fucile, un fucilaccio che maneggiavano come un bastone.
Se qualcuno avesse chiesto loro dove stavano andando, in molti avrebbero dovuto ammettere che non lo sapevano: A difendere il sacro suolo della Patria... Da chi? Perch? Chi l'aveva deciso? Non era cosa che li riguardasse. I padroni, le persone importanti, quelli che stanno a Roma avrebbero risposto, ch i pensieri erano tutti
rivolti a ci che lasciavano, la moglie, i figli ancora piccini e i campi che se non ci sono gli uomini che li curano e li seguono passo passo vanno in malora e arriva la miseria.
Arrivarono alle trincee dopo giorni di marcia, un brulicare di uomini che marciava al passo e riempiva la strada d'un formicolio scuro. Bisognava cantare, ma molti non ne avevano voglia.
Domani si va all'assalto, aveva detto il capitano sistemandosi i baffi uguali a quelli che aveva il re nel ritratto della scuola. Fateglielo vedere voi a queste carogne di austriaci, cosa vuol dire essere italiani!
E loro glielo fecero vedere. Di notte fu dato l'ordine di attaccare, di notte perch non si capisse come mai non si riusciva a camminare su quel maledetto terreno, perch i soldati non vedessero che balzati fuori dalla trincea col moschetto in mano camminavano sui morti e i feriti, e vi inciampavano e cadendo vi rimanevano impigliati in un abbraccio di suppliche e rantoli disperati che li tratteneva a terra.
Gli scoppi pi grandi che Carlo aveva sentito in vita sua erano quelli dei temporali estivi, del fulmine che decapit la vecchia quercia vicino a casa e dei fuochi di San Bartolomeo. Quando gli austriaci sferrarono l'attacco il cielo s'illumin di rosso e di blu e inizi a tremare insieme alle sue gambe. Un rombo enorme e vorace, contornato da mille sibili, li risucchiava: ovunque d'intorno era un morire e un cadere, un urlare aiuto fra i fragori delle granate che spezzavano lo stomaco e le orecchie. Allora per la prima volta l'aveva vista dritta in faccia, la guerra, e aveva capito che non c'era nulla da fare, che non si poteva fare un passo per avanzare. Sentiva in lontananza, nelle retrovie, fra le grida di dolore, le cannonate e i fischi dei proiettili delle mitragliatrici, la voce del capitano: All'attacco! Avanti! Sempre avanti!
Quando fu chiaro che li avrebbero uccisi tutti e che l'artiglieria alle loro spalle era un vagito di bimbo in confronto al ruggito del nemico, come obbedendo al medesimo impulso, tutti lasciarono il fucile che li appesantiva e presero a scappare o a scavare fra i morti per nascondervisi sotto.
Fermi! Fermi! Tornate ai vostri posti! urlava qualcuno cercando di frenare la corsa dei soldati che se la davano a gambe e avrebbero voluto strapparsi di dosso l'uniforme e allungare il passo come indossassero gli stivali delle sette leghe(4), desiderando di travalicare valli e monti per tornare a casa, nient'altro che questo: tornare a casa.
Anche lui, una volta caduto travolto da quell'inferno, non aveva saputo fare di meglio che scavare fra i morti, fra i fumi neri che ammorbavano l'aria e l'odore di sangue che gli imbrattava il volto, le mani e tutto il corpo. Non riusciva a rendersi conto di chi fosse tutto quel sangue e tremava per un freddo improvviso che gli faceva battere i denti.
Son stato colpito. Ges mio. Di certo son stato colpito! si disperava toccandosi il corpo per controllare. E invece no. Quando la mattina dopo apr gli occhi cap cos'era successo e scopr d'essere miracolosamente illeso. Un sole pallido rischiarava l'aria disperdendo i fumi della battaglia e lui era rannicchiato in una specie di conchiglia fatta di cadaveri. Riconobbe fra i morti qualcuno di un altro battaglione con cui aveva scambiato qualche parola sui camion e che poi nel buio della battaglia aveva sistemato come un sacco a creare una paratoia dietro la quale ripararsi. Per la spossatezza doveva aver dormito e per non sentir freddo si era abbracciato al corpo
di Magrelli, il suo caporale, un corpo la cui giovane testa pendeva orribilmente di lato. Tent di chiudergli gli occhi, ma questi si riaprivano e continuavano a fissarlo, increduli.
Era la stessa incredulit dei feriti, coloro che con le loro gambe, o tratti in salvo dai barellieri, erano miracolosamente riusciti a riguadagnare la trincea dopo aver perduto un braccio, una gamba, la vista. I pi fortunati sarebbero tornati a casa con la manica della giacca vuota e una medaglia appesa sul cuore, altri con due stampelle di larice al posto delle gambe. I meno fortunati, invece, sarebbero morti sotto i ferri dei dottori militari o soli, nell'angolo di una trincea, chiedendo aiuto alle infermiere di passaggio impegnate a dispensare morfina e parole di conforto.
Quando Carlo trov la forza di alzare la testa e gett uno sguardo d'intorno, sent delle voci straniere e allarmate, un ragazzino biondo gli punt il fucile e lui dovette affrettarsi ad alzare le mani. Cos per lui era iniziata e finita la guerra. Ma finita la prima subito un'altra era stata messa in cantiere, una guerra partita da lontano che adesso pian piano si avvicinava, come se lo fiutasse rammentando di averci un discorso in sospeso, come se seguisse la sua pista per ripresentargli il conto. Cos si sentiva Carlo: come una lepre braccata dai cani.
Tutti i giorni, con un pretesto, il vecchio, rammaricandosi di non avere neanche una galena(5), interrompeva il lavoro nel campo e saliva fino alla villa per recarsi allo scrittoio; il conte l'aveva capito e tenendo a posto i registri della fattoria si scopriva ad attenderlo guardando l'ora. Dalla finestra del suo studio alla fattoria si dominava la vallata e si intravedevano i campi: una distesa di pennellate
delineavano colpo dopo colpo il giallo accecante del grano che gli ricordava certi paesaggi di Silvestro Lega(6), il pergolato antistante lo scrittoio completamente in fiore, l'ombra tenera che rilasciava sulle pietre del piazzale, gli alberi da frutto sullo sfondo come esplosioni profumate di bianco e di rosa, sarebbero stati un soggetto ideale per il grande maestro. Nel tentativo di perseguire quell'illusione il conte aveva fatto venire, ospite alla villa, un pittore fiorentino. Un maturo professore dell'Accademia di belle arti che alcuni amici gli avevano indicato come un "quotato ritrattista". Sua moglie aveva riso di gusto di quell'idea e l'aveva preso in giro, poi, dopo mille insistenze, aveva accettato di farsi ritrarre di mattina sotto il pergolato in fiore della fattoria, seduta su una sedia a dondolo con un libro di Byron fra le mani. Tuttavia, al conte non importava del quadro, era come se sapesse gi che non gli sarebbe piaciuto; gli piaceva invece l'idea di poterla guardare in quella posa idilliaca dalla finestra del suo studio, gli piaceva vedere la sagoma scura del pittore di spalle, sentire il profumo dell'acquaragia e dei colori a olio che a tratti giungeva fin nello scrittoio.
Aveva quasi sessant'anni, e sua moglie sembrava ancora una ragazza, nonostante i suoi quaranta.
 permesso, signor conte? disse Carlo tenendo il cappello in mano e soffermandosi sulla porta.
Venga, entri pure, si accomodi il conte era sempre molto cortese con i suoi contadini.
Volevo dirle che ho venduto i lattonzoli(7) a Gino di Beco, volevo sapere se i conti possono andar bene.
Carlo pose un appunto sull'angolo della scrivania e rimase in piedi in attesa.
il conte si divertiva a lasciare l in piedi, fremente, quell'uomo che guardava ripetutamente verso i giornali deposti sulla scrivania; giornali che a malapena avrebbe saputo leggere.
Ci sono novit, signor conte?
E l'altro fingendo di non capire: S... domani arriver un mobile per mia moglie, si tratta di un armadio piuttosto pesante, le sarei grato se lei venisse con Giuliano a darci una mano per portarlo su.
Va bene. Dovere nostro rispose Carlo rassegnato e aggiunse: Nient'altro?
S, ora che me lo chiede. La signora contessa vorrebbe parlare con sua nuora, se pu salire alla villa domani mattina, per favore.
Va bene... va bene lo stesso... se per la signora non  troppo disturbo, se viene su nel pomeriggio? Sa, Mirellina fa la comunione e domani mattina andava a comprargli le scarpe da Felicino a San Casciano. Lo disse con un certo orgoglio dal momento che il negozio era rinomato e frequentato da signori.
Le dica di venire con la bambina, allora, e la far accompagnare con la macchina dallo chauffer.
Troppo gentile, non c' bisogno che si disturbi. Ci sar occasione, la macchina  per andare all'ospedale, per le scarpe vanno bene le gambe... disse Carlo con un tono che non ammetteva repliche.
Nessun disturbo, le pare.
Insisto che non si scomodi per una cosa che non  importante.
Come vuole acconsent il conte, che in altra circostanza si sarebbe sentito offeso da quel rifiuto ma ora, dopo un anno alla fattoria, iniziava pian piano a capirli i Lotti: tanto orgogliosi quanto cocciuti e sapeva che quando dicevano una cosa, era quella.
Carlo invece andava con i ricordi a quando Giuliano aveva avuto la pleurite ed erano dovuti andare fino a Castellina per farlo visitare da un dottore. Aveva caricato il figlio sulla ciuchina(8) e s'erano avviati. Giuliano, tutto rinvoltato nelle coperte, con una tosse continua e persistente che gli toglieva il fiato, era alfine giunto dal dottore che gli aveva diagnosticato la pleurite inviandolo a Careggi per ulteriori controlli. Cos da Castellina erano tornati a casa e da l, di nuovo con la ciuchina fino a San Casciano, dove c'era il tram che li avrebbe portati all'ospedale di Careggi. All'ospedale gli avevano tolto una catinella d'acqua dai polmoni con una grande siringa e poi il medico gli aveva detto chiaro: Abbiamo tolto l'acqua, se va bene, bene, ma se ti ci ritorna... insomma, te lo dico subito, se ti ci ritorna tu muori. Allora s che ci sarebbe voluta la macchina, pensava.
Quella volta l, al ritorno dall'ospedale, saputa l'orribile diagnosi, mentre percorrevano la lunga discesa del Borromeo uscendo dal paese di San Casciano, ognuno immerso nei medesimi pensieri, con gli occhi fissi a terra e le dita incrociate, che altro potevano fare se non pregare?
Oggi ho bell'e capito... concluse fra s il vecchio irritato dal ricordo della malattia del figlio, e indietreggiando senza voltare le spalle fece per allontanarsi. Solo quando fu con un piede fuori dalla soglia il conte lo richiam indietro sorridendo. S'era acceso una sigaretta e si lisciava il pizzo sedendo di traverso sull'angolo della scrivania.
Sono gi verso Montecassino disse d'improvviso.
Allora deve essere vicino? domand Carlo che non aveva idea di dove fosse.
Abbastanza.
Allora arriva anche qui? chiese Carlo stringendo il bordo del cappello.
Arrivano, lo corresse il conte. Gli americani. Siete cos ansioso che arrivino gli americani?
Carlo scosse la testa, il signor conte con tutta la sua cultura, seduto in quel modo sulla scrivania, gli sembr un ragazzino.
Arriva! disse infastidito. La guerra, anche qui, passer anche di qui! e non era pi una domanda.
Non c' dubbio.
Signor conte, s'ha ancora tutto il grano nel campo da mietere.
il conte allarg le mani in un gesto di rassegnazione e guard fuori della finestra richiamato da alcune risa. Anche Carlo volt lo sguardo: la contessa, coprendosi i denti bianchi con la mano affusolata, stava ridendo per qualcosa che le aveva detto il pittore ed entrambi gli uomini pensarono che quando rideva sembrava ancora pi bella.
L'immagine da cartolina appariva solida ed eterna ed invece era fragile come una visione, sarebbe bastato un temporale estivo a farla svanire. Carlo immagin la contessa che si riparava con lo scialle correndo verso lo scrittoio e il pittore allarmato che si affrettava a coprire il quadro con un panno senza avvedersi del riportino(9) fradicio che scoprendo la sua testa calva, svolazzava al vento sopra la sua fronte. Poi s'avvi verso l'uscita della fattoria e si ferm un istante a guardare in lontananza il grande cancello in ferro battuto, sormontato da due aquile di terraccotta chiazzate dal verde del muschio. Anche la contessa, anche il pittore come il conte, come
Giuliano, tutti gli sembrarono dei bambini, nessuno pareva rendersi conto che stava arrivando. Bisognava averne gi sentito l'odore, bisognava conoscerla per capire. Sempre pi spesso mentre lavorava nel campo alzava lo sguardo per detergersi la fronte con il dorso della mano e guardava verso sud. Se l'aspettava da un momento all'altro, come un immenso nuvolo nero che arriva fra fuoco e fiamme a oscurare il sole, una bestia diabolica, il Leviatano(10) che cavalca sul mondo e porta con s il fetore della morte e del sangue e si allarga come macchia che corrode e distrugge ogni cosa. Una potenza invincibile e incontrollabile che una volta scatenata fa tabula rasa(11) e lascia dietro di s le lacrime, la miseria e i corpi risputati e macellati di cui si nutre come una faina: uno di quei rari animali che uccide solo per il gusto di uccidere e senza neanche l'alibi della fame.
Nell'andare alla fattoria, passando sotto l'alto muro decorato dalle piante dei capperi aveva visto di nuovo la camionetta tedesca. Le sentinelle l'avevano riconosciuto e ignorato come sempre. Negli ultimi giorni gli apparivano pi inquiete; parlando fra di loro avevano smesso di ridere e guardavano tutti con sospetto rimanendo serie. Erano giovani come suo figlio Giuliano, ma avevano gli stessi volti slavati e biondi dei loro padri che l'avevano fatto prigioniero. Passava a capo basso quasi invisibile come solo sanno esserlo i vecchi e tendeva l'orecchio per captare quello che dicevano, e doveva frenarsi per paura che dalle sue labbra uscisse d'un tratto: Guten Tag, wie geht's?(12) o qualche altra sciocchezza.
Conosceva un bel po' di tedesco, tre anni di prigionia e di discorsi con i suoi carcerieri erano bastati a fargli capire che anche gli
austriaci erano per la maggior parte contadini e montanari. Questo l'aveva capito: che la guerra la decidevano altri, ma a farla poi, ad andarci a morire, erano soprattutto i contadini. Non aveva avuto medaglie lui, n l'avevano avute i ragazzi di Caporetto(13). Ci soffriva quando di fronte a un raccolto andato male o a un danno irreparabile sentiva dire al fattore: Qui l' andata peggio che a Caporetto. Non parlava mai della sua vicenda di soldato, ma sentiva che loro e anche quelli di Caporetto avevano fatto la cosa giusta, che in quel mondo di pazzi impegnati a dar da mangiare carne umana alla guerra per qualche metro di terra in pi o meno, gli unici savi erano stati loro, loro che avevano gettato il fucile rifiutando di morire e se l'erano data a gambe. E se questo significava essere socialisti allora vorr dire che, lui, senza saperlo era socialista, oppure qualche altra cosa, che tanto a voce alta non avrebbe mai detto nulla a nessuno, neanche a Giuliano, che meno sapeva e meglio campava. E poi, a dimostrare che avevano avuto ragione loro, c'era anche il fatto che la guerra era stata vinta, per scoprire poi che agli italiani, comunque, non toccava un bel niente. Come dire che i morti hanno sempre torto e i vivi sempre ragione. Benedetta la pleurite di Giuliano, si diceva guardando il cielo, che almeno l'ha lasciato vivo.
Stasera  suonato il telefono mentre guardavamo la televisione, mio marito ha risposto, ed era per me. Una voce di ragazza mi ha invitata alla commemorazione informandomi che quest'anno per l'occasione ci sar un riconoscimento del sindaco per i famigliari dei caduti, "una cosa simbolica", ha detto, e aveva nella voce pur gentile la fretta di chi deve fare ancora altre telefonate per ripetere la stessa cosa.
Grazie, va bene ho risposto e ho riattaccato con il dito rimanendo con il ricevitore in mano.
Francesco mi ha chiesto chi fosse, gliel'ho detto e ha spento la televisione per ascoltarmi.
Ci pensavo ieri. Son gi passati sessantanni.
Vedrai, siamo vecchi anche noi, il tempo passa.
Avevo otto anni e mezzo che passai a comunione i primi di giugno, il sette o l'otto di giugno. Dei ricordini, di ci che avevamo non  rimasto nulla.
Lo capisce quando ho voglia di parlare: Mirella, vai a prendere la fotografia... la voglio rivedere.
E io, come una cretina, per l'ennesima volta vado al cassettone e tiro fuori la mia fotografia in collo al babbo che sorride e, tenendola fra le dita, la guardo come se non l'avessi mai vista e ritorno di l a sedermi vicino a lui. E mi chiedo se questo bisogno di ritornare con la mente a quei giorni, di parlarne con Francesco o rimuginarne fra me per intere giornate, non sia una specie di malattia, un qualcosa che ti spinge a rivivere mille volte le stesse situazioni, gli stessi dolori. Certe volte mi chiedo se la bont di quest'uomo nello starmi accanto, questo avermi raccolta e stretta a s sapendo che ero diversa dalle altre e che a me mancava qualcosa che nessuno avrebbe potuto ridarmi, questo suo ascoltarmi ripetere le stesse cose migliaia di volte sedendomi vicino, non somigli al fare l'amore, per lo stordimento e l'appagamento che lascia il sentirmi accolta e compresa da lui.
Guarda queste scarpine gli dico, mi ricordo come fosse ora che andai a comprarle con la mamma a San Casciano, e poi le misi qualche altra volta di sabato con l'uniforme da piccola italiana(14). Era un podere discreto il nostro, non s'era ricchi, ma non ci mancava nulla.
Mi chiedo se ogni volta addirittura le parole che dico non siano
esattamente le stesse, come un libro stampato e imparato a memoria che si deve ripetere all'infinito per non dimenticarlo. Ma nel mio caso non corro questo rischio; lo vedo chiaro di fronte ai miei occhi: nella grande cucina con il focolare mio padre e mio nonno aspettavano la prova dell'abito. Quando giunsi con il vestitino bianco per mano alla mamma, il babbo mi prese in braccio e inizi a farmi girare nell'aria dicendo che vestita in quel modo ero la pi bella principessina del mondo. E mia madre: Non agitarla cos che ha mangiato da poco!. Anche il nonno sorrideva da dentro il camino scuro, ma nessuno, nemmeno la mamma, aveva l'euforia che mostrava il babbo di fronte a queste cose.
Babbo! disse mio padre al nonno: di' un po' a tutti che grano che c' quest'anno, digli quanto son cariche le spighe. Vedrete quanta farina! Santo cielo, finir! Finir questa cosa della guerra e allora... prendeva la mamma per la mano e provava a farla ballare, ma lei ritirava la mano e abbassava gli occhi per vergogna del nonno e della zia ... allora seguitava, mi voglio comprare una bella motocicletta, di quelle con il seggiolino al lato per portarci le mie principesse. E chi ci ferma noi? Chi ci ferma!?
Gi, chi ci ferma? Solo allora il nonno diveniva cupo, rimaneva a fissare il fuoco e mormorava: Speriamo, speriamo che non passi di qui.
Era ossessionato dall'idea della guerra, ma allora non lo capivo, nessuno di noi lo capiva, lo capimmo in seguito, tutto in una volta.
Quella sera mia madre volle togliermi subito il vestito perch non lo sporcassi. Lo rimisi solo per il giorno della comunione. Non ero sola, c'erano altre cinque bambine, alcune pi grandi di me, gi mezze ragazze. Vestite di bianco camminammo nel viottolo assolato dalla casa alla chiesa sovrastante rasentando l'alto muro di pietre bianche e bige.
Da lass era possibile vedere mezzo mondo: i boschi, le strade, e nei giorni pi limpidi perfino i paesi di Mercatale e di San Casciano. il nonno ci spiegava che per questo motivo c'era sempre una camionetta con i tedeschi. Quando ci
videro scesero dal veicolo per guardarci passare e alcuni ci sorrisero. Uno di loro per scherzare si tolse addirittura il cappello come in segno di rispetto e si mise dritto sugli attenti. Lo ricordo come fosse adesso, aveva i capelli rossi e un bel sorriso aperto sul volto chiazzato di efelidi(15).
Fu una cerimonia breve, a cui vollero assistere anche il conte e sua moglie. Eravamo felici e lo fummo ancor di pi dopo la funzione quando la signora contessa ci invit su alla villa per il gelato. Era bellissima la signora e sempre molto gentile. Io non facevo altro che guardarmi le scarpe nuove e cercavo di immaginare il gelato. Non l'avevo mai visto, tanto meno mangiato. Oltrepassato il grande cancello con le aquile ci introdussero nella villa. In mezzo alla sala con i soffitti decorati e i mobili d'epoca era stato apparecchiato un tavolo tutto intagli con sopra un elegante servizio di coppe di cristallo. Perfino le sedie erano imbottite da aver paura di sedercisi per non rovinarle.
La cameriera ci serv il gelato, le nostre madri cominciarono a raccomandarci di fare attenzione a non rompere le coppe. I cucchiaini dovevano essere d'argento e il conte aveva preparato una macchina fotografica per farci il ritratto. Mio padre stette un po'a parlarci affascinato da quel prodigio meccanico, cacci la testa sotto il panno nero constatando con stupore che era tutto sottosopra.
Adesso ci sono anche pi piccole e moderne, vero signor conte? domand.
Certo, ma non fanno le foto che fa questa, questa  un gioiello.
il conte si gir verso di noi che armeggiavamo con le coppe, immerse in una beatitudine mai provata prima, fatta di vaniglia e pistacchio e di retrogusti sconosciuti. Rimase deluso dalla poca attenzione che gli prestavamo, evidentemente aveva voglia di usare la macchina. Allora,
senza badare alle sue proteste, sistem mio padre che si era vestito a festa per l'occasione contro il muro.
Da solo no, signor conte! protest lui raggiante di felicit: semmai con Mirellina,  la sua festa.
Mi prese in braccio. Avevo appena finito il mio gelato ed ero impegnata a leccare il cucchiaio facendo attenzione a non sporcarmi. La mamma accorse umettando il suo fazzoletto con la saliva e mi pul la bocca. A otto anni e mezzo ero un bel peso anche per lui.
Ce la fa a star fermo con la bambina in braccio?
Si poggi con le spalle al muro e sorrise come a dire, "ci mancherebbe!" e il lampo di magnesio ci colse quasi di sorpresa e lo immortal in quell'attimo, mentre sorride della domanda del conte confidando nella forza dei suoi trentanni. Io invece ho gli occhi sbarrati come quelli di un gatto perch il conte mi aveva avvertito di non chiuderli per niente al mondo.
Questa foto che stringo fra le mani  ci che rimane di quel giorno di giugno del 1944, una calligrafia elegante sul retro lo rammenta.
Ne pass del tempo prima che potessi rimangiare del gelato, ma, come avviene in questi casi, nessuno mi sembr pi cos buono come quel primo gelato mangiato alla villa.
Quando rientrammo era ancora presto, lungo il breve tragitto mia zia continu a ripetere per tutto il tempo quanto fosse buono quel gelato e una volta giunti nell'aia vedemmo, appena offuscata dal fumo del sigaro, la sagoma scura del nonno che fumava alla finestra guardando verso i campi.
Da alcuni giorni passavano i bombardieri americani scortati dai caccia sopra le nostre teste e una notte, mentre mi stringevo alla mamma nel letto, mio padre e mio nonno rimasero a vedere i bengala(16) che illuminavano il cielo e gli aerei che bombardavano Pontassieve in lontananza.
Carlo scese gi in cantina e prese due fiaschi di quello peggiore, era un vino che aveva fatto le gambe gialle, come dicevano loro quando guardando il bicchiere in controluce il colore non era come doveva essere e sul fondo aveva preso di paglia.
 anche troppo si disse. Sapeva bene che quelli lass in cima alle scale avrebbero bevuto anche la benzina e di vino non ne capivano.
Risal con i fiaschi e li consegn nelle mani dei due soldati, uno ciascuno.
Danke, danke... gra-zie.
Prego non bitte, ma prego.
E rimase l a guardarli allontanarsi mentre confabulavano fra loro.
Che volevano? gli chiese Giuliano andandogli incontro dalla porta.
il padre port il pollice alla bocca facendo il gesto di bere dalla bottiglia.
Ah, poco male allora e si avviarono verso il campo con le falci ricurve che pendevano come code nere e rigide sul dietro delle loro cinture.
Per ora i tedeschi non gli avevano chiesto granch, niente pi di qualche fiasco di vino, forse rispettavano il conte, o la fattoria presso la quale avevano approntato il comando e stazionavano con i loro camion. Fatto sta che in tutte le altre case dei dintorni le cose erano andate e seguitavano ad andare diversamente. Galline, polli, uova, maiali, da giorni e giorni era tutto un andare a chiedere, un pretendere. La gente cominciava ad aver bisogno e ogni tanto qualche vicino veniva a domandare qualcosa da mangiare anche a loro.
Anche qualche partigiano aveva bussato alla porta di notte in cerca di cibo, e gliel'avevano dato spiegandogli che l alla fattoria era pieno di tedeschi, che non tornassero dal momento che era troppo pericoloso.
Mirella usc dallo stalletto conducendo i maiali con il bastone. Era abituata all'odore forte che emanavano e non ci faceva pi caso, i porcellini pi piccoli le facevano tenerezza con quel loro muso rosa e quegli occhi innocenti e ottusi. Fra i maiali pi grandi invece ce n'era uno che l'aveva terrorizzata. Lo chiamavano il Verro, le setole ispide lo coprivano fin sopra le orecchie ed era chiazzato di macchie nere e grigie anche sul grugno. Quello non lo portava pi con s e veniva lasciato tutto il giorno chiuso nel suo stalletto(17), separato dagli altri.
il fatto era che una volta, mentre lei cercava di dirigerlo verso una radura fra le querce, lui si era voltato e protendendo il grande muso dallo sguardo cattivo e fiammeggiante le aveva mostrato i denti ringhiando come un cane ed era scattato in avanti nel tentativo di morderla. Seria, puntandogli il bastone, con il respiro che le si spezzava, l'aveva fronteggiato guardandolo dritto negli occhi e da quegli occhi aveva capito di essere in pericolo. Se li sarebbe sognati di notte quegli occhi assassini su quella faccia di demone screziata di nero. Anche dopo che la bestia ebbe riabbassato la testa riprendendo a frugare con il muso fra le foglie smerlettate e il terriccio in cerca di ghiande, la paura le era rimasta. Lasciati i maiali nel bosco dietro casa era corsa fino al campo da suo padre urlando Babbo! Babbo! il Verro mi voleva ammazzare, m'ha ringhiato e ha provato a mordermi, l'ho visto dentro i suoi occhi, mi voleva ammazzare!
Se ne raccontavano tante a quei tempi di storie di bambini sbranati dai maiali, vere o false che fossero, facevano parte di quel mondo. La sera a veglia, intorno al camino acceso, nel "canto del foco", i vecchi narravano di boschi bui e irsuti, di dannati e pieghe d'inferno nascoste ad arte nel paradiso apparente della campagna toscana.
Carlo conosceva bene quelle storie e ci credeva, non mise tempo in mezzo, il capofamiglia era lui, disse: Giuliano, porta la bambina a casa e dalle da bere, poi di' alla zia che vada nel borro(18) a cercare l'erba da paura:(19) ci sta che la non ti dorma stanotte. Al Verro ci penso io!
Mentre Mirella procedeva verso casa in braccio al padre, attraverso quel mare di grano profumato e di papaveri rossi che frusciava sotto i loro piedi, videro la sagoma del nonno: camminava svelta verso il bosco, poi si chinava, raccoglieva un bastone spesso e nodoso. Mentre Mirella beveva l'acqua nella fresca penombra della cucina e la mamma la tranquillizzava, s'udirono degli strilli disumani sul piazzale, l'imprecare del nonno contro la bestia fino al chiudersi del chiavaccio dello stalletto.
Adesso che il Verro era rinchiuso non doveva pi preoccuparsi e segu i maiali sulla strada maestra sfilando sotto il naso di due tedeschi seduti sulla loro jeep.
I due guardavano la scena e immaginavano bistecche e wurstel accompagnati dalla birra e dai crauti, il loro stomaco protestava e la mascella gli doleva lievemente riempiendo la bocca di saliva e restituendo loro una parvenza di quei sapori.
Hai visto che roba?
Potremmo prenderne uno per la compagnia propose il pi anziano rullando una sigaretta e leccandola con cupidigia(20).
Sono della villa, il capitano ha detto che per ora non si toccano. Lascia che mangino e s'ingrossino. Non vanno da nessuna parte. Al momento opportuno ci prenderemo anche quelli.
I maiali avevano gi preso a rovistare fra le radici del querceto, i lattonzoli interrompevano il loro frugare per rotolarsi sul muschio e giocare fra loro.
Tutte le preoccupazioni di Mirella per l'esame di terza elementare se ne erano andate con la fine anticipata della scuola. Niente esami! aveva sentenziato la maestra riponendo i libri nella borsa prima di salutarli.
Per evitare ai bambini dei suoi contadini di fare un sacco di strada a piedi fino alla Sambuca, il conte aveva messo a disposizione un locale della fattoria per la scuola e l'aveva arredato con i banchi e la lavagna.
La maestra era una giovane seria, talvolta severa, ma giusta. Non aveva mai picchiato nessuno con la bacchetta, solo messo dietro la porta in piedi i disturbatori per pochi minuti, il naso dritto e i grandi occhi un poco malinconici le conferivano una vaga aria romantica. La capigliatura folta e corvina era tenuta su da alcune forcine, non usava trucco se non per un piccolo neo a matita che amava pitturarsi sul mento, vicino alla bocca. Al di sopra degli occhi neri le sopracciglia, anch'esse nere, erano cos folte che quasi si univano in unico segno dritto ed elegante.
In piedi di fronte alle foto del duce e del re per tutto l'anno avevano recitato le preghiere e cantato le canzoni fasciste.
Soprattutto di sabato, con l'uniforme da piccola italiana, a Mirella piaceva andare a scuola e cantare con le altre bambine. Quello che altrove era un rito collettivo, controllato dal preside e dai colleghi, l, alla fattoria di Pratale, diventava un rito privato, un gioco di vanit delle bambine, un giorno in cui si cantava e ci si vestiva bene.
Niente esami! avrebbe dovuto essere contenta, e invece tutti i bambini avevano percepito che non era un buon segno. Che tutto il bel gioco della scuola, dei voti e dell'abito bianco s'intorrompeva di colpo e non ci sarebbe pi stato. Quell'estate per loro l'infanzia declinava rapidamente per trasformarsi in qualcosa d'altro. Incredibilmente la maestra rinunciava a giudicarle, rinunciava a tutto il lavoro dei voti e dei rimproveri e alle canzoni.
Francesco ha avuto una giornata dura, si e addormentato sul divano, sento il suo respiro regolare come un battito di fronte al televisore spento. Dopo che abbiamo parlato ho riposto la foto nel cassetto del com, dentro una scatola con le poche cose, reliquie, che mi ricordano mio padre e quei giorni della mia infanzia.  sempre la stessa scatola di cartone gialla che scelse mia madre quando tornammo qui, sempre pi logora a forza di aprirla e di chiuderla. Eppure non l'ho mai cambiata e non potrei farlo,  come se il contenitore avesse finito con gli anni per divenire tutt'uno con il contenuto. Specialmente nei giorni di festa, a Pasqua, a Natale, non parliamo poi del 25 aprile e del 23 luglio,  tutto un continuo via vai dalla cucina al com, un riaprire quella scatola e riguardare le sue foto, passandovi sopra la mano in un gesto che vorrebbe essere una carezza.
Non abbiamo avuto figli, ci sono mille motivi che potrebbero preoccupare una coppia sempre pi anziana e senza figli: le malattie, il bisogno. E invece, assurdamente, quando penso a questa assenza mi preoccupo pi della scatola che di noi. Mi scopro a pensare: Che ne sar della scatola, delle foto di babbo?
Ci ho pensato spesso, ci penso ogni volta che mi avvicino alla finestra e guardo fuori, verso il bosco. Mi capita anche di notte di guardare fuori nel fitto del buio, mi capita anche quando non c' la luna.
Non sono l'unica ad aver perso tutto in quello spiazzo di bosco che scorgo dalla finestra, eppure sono l'unica a essere rimasta qui per sempre. Tutti sono andati altrove, tranne me. Un caso, di certo, a cui non bisogna attribuire alcuna importanza. Eppure oramai, non potrei vivere in nessun altro posto. Mi consolo dicendomi che  una cosa che succede ai vecchi: s'irrigidiscono nelle loro abitudini e tant'.
L, fra le querce e i rovi, non c' pi nessuno, solo un piccolo monumento abbandonato su cui cresce l'erba, un pezzo di cemento e di pietra sporca messi l a ricordare una storia accaduta troppo tempo fa, una storia triste che pi nessuno ricorda.

Note.
1. pleurite, infiammazione della pleura, membrana che riveste i polmoni.
2. mezzina, recipiente usato nelle campagne per attingere acqua alla fonte.
3. mzzo, bagnato fradicio.
4. stivali delle sette leghe, stivali magici, indossati dai protagonisti di diverse fiabe.
5. galena, piccolo radioricevitore.
6. Silvestro Lega, famoso pittore, fra i maggiori esponenti del movimento dei macchiaioli.
7. lattonzoli, animali, in particolare maiali, ancora poppanti.
8. ciuchina, asino femmina.
9. riportino, acconciatura nella quale i capelli vengono fatti allungare e riportati in avanti, per coprire la calvizie.
10. Leviatano, terribile mostro marino simbolo della volont divina.
11. fa tabula rasa, elimina completamente quello che c'era prima.
12. Guten Tag, wie geht's?, "Buon giorno, come stai?".
13. Caporetto, localit della Slovenia dove fu combattuta un'importante battaglia della Grande guerra; la disfatta italiana  diventata sinonimo di pesante sconfitta.
14. piccola italiana, ragazza fra i 9 e i 13 anni iscritta all'organizzazione giovanile del regime fascista.
15 efelidi, lentiggini.
16. bengala, fuochi d'artificio.
17. stalletto, piccola stalla.
18. borro, fosso profondo scavato dalle acque.
19. erba da paura, la siderite, che influisce sulle sensazioni di agitazione e ansia.
20. cupidigia, desiderio sfrenato.
...
.
...
CAPITOLO 2.
...
.
...
Era un sacrilegio, uno scempio che faceva male al cuore: gli ulivi del Poggio erano stati tutti divelti, strappati via dalla terra per far posto ai pezzi della contraerea tedesca. L'ammasso dei rami contorti e delle radici facevano pensare a un intrichio(21) di corpi agonizzanti. Sono stati piantati nel posto sbagliato, si disse Carlo guardandoli dall'aia e ne ebbe pena. Pens all'olio che non avrebbero pi fatto e volt gli occhi al cielo. Lass, nel cielo pacato e azzurro di met giugno, stavano issati immobili a breve distanza l'uno dall'altro, lungo tutto l'arco dell'orizzonte, dei nuvoloni bianchi e compatti: enormi blocchi di marmo candido appena sbozzati che sembravano essere sorretti da catene invisibili.
Da un momento all'altro pu toccare a noi disse Giuliano che gli stava di fianco e indic la strada bianca su cui marciava una processione di minuscole sagome di animali. Erano buoi, maiali,
pecore, che procedevano occupando tutta la carreggiata spinti avanti da soldati tedeschi.
Hanno fame aggiunse Carlo, non gli arriva pi nulla dalla Germania, sanno che gli americani sono vicini e prendono tutto ci che trovano da mangiare. Bisogna nascondere le bestie. Se non  oggi,  domani, verranno a prenderle.
Tornando verso casa si avviarono in cerca delle donne. Intanto gli artiglieri sul colle di fronte issavano le grandi canne dei cannoni, sistemavano le basi e battevano con le pale la terra arata perch gli appoggi dei pezzi non vi affondassero. Di l a poche ore, le bocche dei cannoni allineate avrebbero puntato verso il cielo, in direzione dei blocchi di nuvole bianche immobili lungo l'orizzonte.
A sera, Carlo e Giuliano attesero che le donne e la bambina fossero andate a letto e rimasero a parlare seduti nel canto del fuoco, nascosti dentro la bocca nera del grande camino. I loro contorni si percepivano appena disegnati com'erano dal riflesso rossastro degli ultimi tizzi di brace della giornata.
Di notte non convien muoversi disse il vecchio, se ci beccano a spostare le bestie di notte ci potrebbero prendere per partigiani...
Di giorno per ci vedono e allora  inutile nasconderle.
Tanto se  destino che le trovino, c' poco da fare. La meglio cosa secondo me  andarci di mattina presto, quando fa appena giorno che dormon sempre tutti.
Va bene. Ma indove le si portano?
il vecchio mastic un pezzo di toscano e sput nella brace che sfrigol. Al capanno, gi ni' borro.
Ma l le trovan subito, le sono nascoste per modo di dire sentenzi Giuliano.
Come si fa a nascondere i buoi? s'inquiet Carlo, non si posson mica mettere in tasca. Bisogna non portarle troppo lontano le bestie, c' da governarle. Si star alla sorte. Se quando vengono qui non le trovano non le pigliano. Forse nel capanno non ci guarderanno, o forse s, ma qui quando si decidono e ci guardan per forza.
Ripose il mozzicone di toscano in una nicchia incassata nel muro del camino e guard Giuliano negli occhi.
Te piuttosto, guarda di farti vedere poco in giro. Tu sei giovane, robusto, non tu ci dovresti esser qui, se ti pigliano per farti lavorare e ti portan con loro, o ti scambian per un partigiano... Domattina vado io a portar le bestie al capanno, te bisogna che tu inizi a star dimorto(22) attento.
Giuliano sorrise mostrando i denti bianchi che rilucerono nella penombra della stanza, il vecchio, nonostante fosse di modi spicci e di poche parole, gli voleva un gran bene.
Non ti preoccupare per me, babbo lo rassicur. Ce la caveremo anche questa volta... finir, finir, avr da finire anche questa maledetta guerra, e allora...
Quando pensava alla fine della guerra si vedeva gi sulla motocicletta rossa fiammante, con la camicia inamidata e la voglia di mangiare il mondo. Le parole del padre lo riportarono con i piedi per terra.
Senti piuttosto... riprese Carlo che era come infastidito dall'ottimismo del figlio tipico dei giovani, di chi non sa nulla.
Piuttosto sta' attento alla tu' sorella. La si tratta come una bambina ma, per quelli l fuori, tedeschi, inglesi, americani che siano, non fa differenza, per quelli... s insomma, ci siam capiti. La
c'ha vent'anni. Anche la tu' sorella come la tu' moglie, da qui innanzi meno le si fanno notare e meglio !
Giuliano annu, pensieroso anche lui: avrebbero fatto pi attenzione ma intanto c'erano le bestie da governare, il grano da mietere, i campi da curare, l'acqua da prendere, i panni da lavare. Ci si nasconde male con tutte queste faccende da sbrigare, riflett fra s, ma non disse nulla, dette la buona notte e si avvi verso la sua camera.
Carlo invece rimase nel canto del fuoco e si sleg le scarpe. Due tizzoni ardenti nella brace nera lo guardavano come due occhi. Si massaggi le dita dei piedi con le mani callose e rimase a guardarli a sua volta. Andare su, nel suo letto, nella sua stanza, gli dava pensiero. Poggi la testa al muro e guard in alto: dal foro nero e buio della cappa, su per la canna fuligginosa del camino, si scorgeva un rettangolino di cielo stellato.
Giuliano trov la moglie che dormiva con il volto bianco illuminato dalla luna e le labbra contratte in una smorfia innocente, da bambina. I capelli scuri rilucevano sulla vestaglia chiara. Fece attenzione a non svegliarla e si distese al suo fianco sotto le coperte. Volt la testa verso il cielo, oltre i vetri quasi inesistenti della finestra. Le nuvole erano scomparse, qualcuno, sganciando furtivamente le catene che le tenevano issate in cielo, doveva averle calate fino ai campi e trainate via con mille paia di buoi invisibili. Adesso manciate di stelle facevano da padrone, l'aria sembrava gi tiepida. Cerc con i propri i piedi della moglie per sentirne il tepore, poi socchiuse le palpebre e di nuovo gli comparve sul volto il suo sorriso beato. S'addorment subito e dopo poco fu a bordo della sua motocicletta rossa. Sollevando un nuvolone di polvere sfrecci via lungo la strada bianca che si fletteva come una biscia fino all'orizzonte. Lei da dietro si stringeva forte al suo petto e lo
supplicava di andar piano, mentre Mirella da cima la strada del fico agitava la mano e li pregava di tornare indietro perch facessero salire anche lei sulla moto con loro.
Si ridest la mattina dopo sentendo il rumore dei cardini della stalla, fuori rischiarava appena. Suo padre non doveva aver dormito molto. Si avvicin alla finestra e lo vide mentre, tirandosi a presso il gruppo delle bestie legate insieme da un canapo(23), si avviava lungo la strada guardandosi intorno con preoccupazione.
Con tutte queste bestie sembro No si disse Carlo per farsi coraggio e ogni belo, ogni grugnito di quell'insolita mandria, gli faceva sussultare il cuore.
Ne arriva tutti i giorni di pi, se hanno montato la contraerea sul Poggio vuol dire che ci siamo vicini.
Un tordo fischi fra i rami di un fico scappando via con un frullo poderoso come lo scalpiccio di un esercito. Anche quella notte il cielo aveva balenato in lontananza e Carlo che sapeva bene cosa c'era dentro quel fuoco, che l'aveva visto da vicino, sentiva gravare sulle sue spalle la responsabilit del capo famiglia.
Sistem le bestie nel capanno in fondo al borro, carezz la testa del bue e gli raccomand di fare silenzio, chiuse la porta e la copr alla meglio con delle frasche, il giorno prima aveva sistemato l'acqua in una conca e portato del fieno insieme a Giuliano. Adesso almeno le bestie grosse erano sistemate, gli sarebbe parso troppo dire al sicuro.
il caff mi  stato proibito dal dottore; se lo bevo non chiudo occhio la notte e cos finisce che mi rimetto a pensare, mi concentro sul lavoro da fare, la giacca che devo tagliare per la signora Lorenzi, e quella piega della sottana che non vuol ricadere a modo sulla gamba... Ma  uno sforzo inutile, so gi che gira e rigira, la testa torner l. Ho preso un caff d'orzo, ho mangiato poco stasera, eppure il sonno non vuole venire. Sento il quieto russare di Francesco al mio fianco come una nenia, una ninna nanna che non pu nulla contro l'andirivieni monotono dei miei pensieri.
Certo, lo so.  stata quella telefonata, il fatto di averne riparlato con Francesco, di averne parlato sempre, per tutta la vita, in ogni momento, con mia madre. Per tutta la sua vita ha seguitato a raccontarmi di quei giorni, per tutta la vita ne abbiamo parlato, come se il raccontarlo ancora e ancora fosse un modo per cercare di placare una sete che non voleva, non poteva, essere placata.
Alla fine le nostre teste son diventate tutt'una, i miei deboli ricordi di bambina si sono rinvigoriti attingendo ai racconti di lei. Oggi devo sforzarmi per distinguere ci che io vidi e rammento, da ci che mi  stato raccontato, e rivedo e ricordo.
Abbiamo sempre vissuto insieme. La rivedo nella sua vecchiaia mentre siede vicino alla finestra, cuce e racconta, con la testa china sul ricamo. E io l vicino a lei, mentre imbastisco una sottana e indovino sotto gli occhiali i suoi occhi umidi.
Vorrei dirle: Adesso basta mamma, va a finire che ci state ancor pi male ma non ne ho il coraggio, so che quando succede bisogna lasciare che si sfoghi, che questa cosa qui dei ricordi non si pu comandare.
La sento che dice: No! Invece ne voglio parlare, te le voglio dire queste cose perch non se lo meritavano di fare la brutta fine che hanno fatto, bisogna ricordarsene sempre, finch tu vivi non te ne scordare mai del tuo povero babbo!
E riprende il suo racconto, sempre uguale, perfetto, lucido, come una fotografia che non si sbiadisce mai, ma che deve essere guardata di continuo per non farne svanire i colori.
E io ascoltavo volentieri, e i miei ricordi si mischiavano a quelle immagini, fino a che non toccava a me raccontare, ricordare ci che successe quella notte a una bambina di otto anni.
L'ascolto anche ora nel buio quasi completo della camera, mentre nella mia mente desta seguita il suo racconto e una civetta canta sul tetto. Che ore saranno?
Fu tutta colpa di quei maledetti buoi si rammarica e poi la sua immagine, cos com' venuta si attenua, finalmente svanisce, si perde.
Le bestie, ci ho pensato tanto, davvero sar successo tutto per due paia di buoi? il nonno aveva nascosto tutte le nostre bestie in un capanno, un tentativo che non dette grandi risultati. Un giorno lo trovammo vuoto e tanto fu.
Eppure nella nostra grettezza(24) di allora, di contadini, le bestie erano pi importanti dei cristiani, erano tutto ci che avevamo. Le bestie venivano prima degli uomini. Avevano nascosto le bestie e loro invece erano rimasti in casa ad aspettare che la guerra passasse.
Avevamo due buoi giovani, due giovenche, che soffrivano il caldo e allora, per non farle patire, mio padre si alzava alle tre di notte e andava nel campo ad arare. Verso le undici, con il sole che picchiava a picco sul cranio, quando tutti erano nel campo, lui ritornava verso casa, rimetteva i buoi nel fresco della stalla, li rinfrescava strofinandoli con un panno immerso nell'acqua fresca, li governava e poi andava a dormire anche lui.
Lo capimmo quando, gi ospitati dai Gori, un giorno da Pratale vedemmo il nonno risalire con la balla di fieno sulle spalle e la faccia scura come un temporale. La mamma e la zia gli andarono incontro, io gli corsi dietro.
Quando gli fummo di fronte ci guard e lasci cadere ai nostri piedi la balla di fieno con un moto stizzoso. Ecco disse, adesso non s'ha veramente pi nulla, l'hanno prese!
Non aggiunse altro e seguit verso la casa. La mamma raccolse il fieno oramai inutile perch comunque non andasse sciupato, mi prese per mano, e tutti, in silenzio, tornammo indietro fino alla colonica(25).
Le facce dei contadini a cui avevano preso le bestie le avevo viste quando venivano da noi a chiederci qualcosa da mangiare. Avevo visto il nonno che si prodigava nel far loro coraggio mentre gli preparava il pane da portar via e un po' di companatico scuotendo la mano per respingere i loro ringraziamenti.
Oggi voi, domani noi... siamo tutti sulla stessa barca.
Erano facce scure, terrose, con rughe scavate e aggrovigliate come rovi sulle fronti livide.
Un contadino ha due gambe diceva il nonno, una sono le bestie e l'altra  la terra, se ne togli una ne fai uno zoppo, se togli anche l'altra non  pi un contadino:  un contadino senza la terra, e un contadino senza la terra  meno di niente.

Note.
21. intrichio, variazione colorita di "intrico", groviglio difficile da districare.
22. dimorto, molto, parecchio.
23. canapo, corda di canapa.
24. grettezza, atteggiamento meschino, rozzo.
25. colonica, casa in cui, nel podere condotto a mezzadria, abita la famiglia contadina.
...
.
...
CAPITOLO 3.
...
.
...
Il giorno prima le avevano portato via tutti i polli, le pecore, i maiali e anche il Verro, che, come disse, era ignorante come loro. Solo una maiala con i maialini avevano lasciato, asserendo che per loro non era buona perch aveva da poco partorito. Adesso i tedeschi erano ritornati per cacciarli via dalla loro casa.
Via, voi prendere roba e andare via. Noi minare casa. Ma come, ma come? O che vuol dire... Perch? Gli uomini erano nel campo e Ada, lasciate in casa la cognata e la bambina con l'ordine di non farsi vedere, era uscita fuori e ora con il muso duro e le mani poggiate sui fianchi guardava con aria di sfida il militare che le stava di fronte.
il sergente aveva l'aria stanca, la fronte alta imperlata di sudore, il colletto della camicia fradicio e i suoi occhi sfuggenti sotto gli occhiali d'argento preferivano guardare ovunque tranne che verso di lei: dava ordini ai guastatori(26) gi impegnati a scavare sulla strada, stimava l'altezza della casa in prossimit della via.
Quella donna decisa, non ancora trentenne eppure in qualche modo gi vecchia, gli ricordava la madre e a malapena riusciva a sopportare il disagio di sentirsi sgridato da lei. Pens che se solo le donne, le madri come quella, dalla fronte ampia e gli occhi pieni di coraggio e d'ira, fossero uscite insieme per strada per sgridare questo mondo di bambini impegnati a giocare alla guerra, allora, a nulla sarebbero serviti i loro cannoni e le loro armi: tedeschi, russi, americani e inglesi avrebbero dovuto correre subito a casa per paura di far tardi a cena.
Ma al conte, glielo avete detto al conte che ci minate la casa?
Conte partito stamattina, tutti partiti, noi minare casa. Dispiace me... voi andare via.
Era vero, il conte era stato cacciato dalla villa ed era sfollato a Badia. I servi della villa l'avevano chiusa razziando il pi possibile. Lui era uscito senza voltarsi indietro. Seduto con gli altri nelle cantine di Badia era un uomo arruffato e finito. La guerra per lui era passata poco prima, una guerra privata, un male indefinibile contro il quale i dottori non avevano potuto nulla, gli aveva sottratto la giovane moglie in poche settimane. Pochi mesi dopo anche lui sarebbe morto, come i suoi contadini, indifferente agli americani, ai balli e alle feste. Con l'aprirsi di un nuovo mondo e di una nuova pagina di storia, il conte Fiaschi, genovese ed ufficiale di marina, si sarebbe lasciato morire senza voltare pagina, giacch la pagina nuova, per quanto invitante, gli sarebbe parsa vuota senza il suo grande amore.
Ada calci la polvere con stizza, poi si volt e torn sui suoi passi cercando di trattenere le lacrime. Cacciati via da casa nostra come cani! pensava, quando lo sapranno gli uomini! Ma al momento di rientrare in casa, dove Sandra e la figlia l'aspettavano in piedi
dietro alla porta, era gi un'altra persona. Ora c'era da sistemare la roba da portar via, non c'era tempo per tante sceneggiate.
Sandra! disse, prendi Mirellina e andate a chiamare il nonno e il babbo e dopo risalite fino a Pratale, andate da quelle famiglie a sentire se ci possono ospitare, di qui bisogna andare subito via! e mentre lo diceva aveva gi le mani nei cassetti del com e ci toglieva roba ammucchiandola sul tavolo della cucina.
Dopo poco la ragazza e la bambina erano due macchie scure nel giallo del grano che risalivano l'erta verso l'abitato di Pratale cercando con gli occhi Carlo e Giuliano. Gli uomini, avvertiti, accorsero dai campi lasciando il lavoro, giunsero alla casa e, compresa la situazione, presero due buoi dal capanno nel borro e, senza fare domande, dopo aver sistemato le bestie all'asta, iniziarono a caricare la roba su un carro.
 difficile scegliere cosa portare e un carro non pu contenere tutta una casa. Nella concitazione del momento poi: i soldi li ha in tasca il capoccia, bene; le sedie certo, che costa farle rifare, ma prima ancora la biancheria e le lenzuola, la farina, l'olio e il vino. Soprattutto la farina e quel poco che c' da mangiare, il cassettone no, pesa troppo, toglieteci solo le foto dei morti, che ci assistano. E poi, quel che si  preso si  preso, indietro non si pu pi tornare, il resto, gli oggetti e i ricordi di tutta una vita, diverranno cenere.
Di l a un'ora Sandra e Mirella, che avevano fatto tutta la strada correndo, erano tornate.
Allora? domand Carlo.
I Gori disse Sandra, ci ospitano i Gori. Hanno la casa piena di gente, ma una stanza ce la rimediano volentieri.
Brava gente comment Carlo e seguit a caricare il carro.
Finito che ebbero si avviarono su per la strada. Ada si voltava ogni
tanto a guardare gi. La nostra bella casa mormorava, la nostra bella casa.
Non ti voltare! la incit Giuliano, guarda il babbo, va avanti come un mulo, a testa bassa. Lo fa lui, l'ha fatto tutta la vita e lo faremo anche noi. Lascia passare la guerra e poi la casa la rifaremo ancora pi bella, l'importante  che finisca.
Anche Mirella percepiva chiaramente la tristezza di quel momento, sentiva la tensione che animava i grandi e le veniva voglia di piangere, non per la casa, ma per mamma, per quella disperazione nuova che non le conosceva.
Pu sopraggiungere in ogni momento, scialba(27), inaspettata e, quel che  peggio, inutile, come la risata di uno sciocco. Predilige la notte per, quando il buio  pi fitto, il silenzio pi profondo, tanto da far perder senso al tempo e ai luoghi, come stanotte. Allora, svegliandomi d'improvviso nell'eterno presente della mente, la testa prende a girare e rimuginare, a rimasticare, e ritorna fuori il bisogno di capire, di sapere perch.
Prima ancora della giustizia che non  mai giunta; prima ancora dell'odio che  esploso come un fiammifero divampando subito per poi spegnersi lasciando il posto a un'eterna amarezza. Prima di tutto  rimasta, con una pervicacia(28) che sembra voler sopravvivere alle nostre stesse vite, la necessit di capire perch.
Che bisogno c'era?... che bisogno c'era di fare tutto questo male? S'era solo contadini, non si dava fastidio a nessuno.
Questa domanda ha tormentato mia madre per tutta la sua vita e, insieme a quattro paia di lenzuola ricamate e la scatola con la foto
del babbo, l'ha passata a me in eredit perch mi accompagni nella mia vecchiaia. E se la scatola si  logorata con il tempo e le lenzuola si sono ingiallite a stare nel cassetto, la domanda no: come un diamante intonso(29) ha mantenuto tutta la sua lucidit ravvivandosi con il tempo.
Perfino degli studiosi, nel corso degli anni sono venuti qui a fare domande. Hanno scritto dei libri, hanno cercato di dare risposte a questa e ad altre questioni. Si  dovuto attendere mezzo secolo perch qualcuno venisse a domandare. Ci ha fatto piacere. Giacch, inspiegabilmente, nonostante la rabbia e l'amarezza legate all'oblio e all'indifferenza che ci ha accompagnato per tutti questi anni, fa piacere essere considerati. Non per noi, ma per i nostri cari, che non meritano di essere dimenticati.
Io e Francesco abbiamo letto le loro risposte: strategia del terrore, l'hanno chiamata. I nazisti volevano fare terra bruciata. Addirittura sembra abbiano scoperto che fra gli altri contadini di Pratale c'erano dei partigiani. Abbiamo scosso la testa pazientemente. Non l'hanno voluto credere, neanche a loro  parso plausibile che tutto sia accaduto semplicemente per un paio di buoi.
Vennero anche da mia madre, un po'di tempo dopo la tragedia a chiederle di firmare per segnare il babbo e il nonno come partigiani. Le promisero qualcosa in pi nella pensione. Ma lei non volle. Era fatta cos, magari qualche sera fingeva di non aver fame per lasciare un po' di pane al giorno dopo, a me, ma era orgogliosa della sua onest.
Non si pu cercare la verit e poi mentire per quattro soldi. mi disse.
Che ore saranno? Di nuovo star ferma nel letto mi  divenuto impossibile. Mi agito troppo, non trovo posizione. Francesco si sveglia, ancora intontito mi guarda, vede il bagliore latteo dei miei occhi umidi nel buio della stanza.
Non riesci a dormire? mi domanda con la voce impastata dal sonno, e
mi passa un braccio dietro al collo raccogliendomi in un abbraccio, sotto la sua ascella.
Dormi lo supplico, domani hai da fare alla fattoria. Almeno tu, dormi!
Chiude gli occhi per farmi contenta, sapendo che non ce nulla da fare, che bisogna attendere i primi lumi dell'alba perch io, sfinita dal mio rimuginare invano, trovi un po' di pace e, forse, di sonno.
Non bisogna credere che le risposte degli studiosi non siano servite a nulla. Tutt'altro, sono state indispensabili. Leggendole, ho compreso che il nostro eterno domandare perch non aveva nulla a che vedere con quel tipo di verit, fatta di luoghi e di date e di motivazioni dei responsabili. Pensavamo che fosse cos perch cercavamo la giustizia. Oggi  troppo tardi per la giustizia. Quella semplicemente non c' stata. Forse ci sbagliavamo sul colpevole, ma in tutti questi anni non ci  mancato un giuda contro cui puntare il dito. Dio ci ha fatto la grazia di un volto su cui sfogare prima un odio feroce e in seguito un biasimo(30) incondizionato. E ci nonostante abbiamo continuato a chiederci perch.
Io vorrei sapere il perch di tanto accanimento, di tanta cattiveria ripeteva mamma. No, i buoi non bastavano a darle pace, troppa poca cosa. Anche le avessero garantito che tutto era accaduto per chiss quale tesoro, non le sarebbe bastato. L'enormit della strage era imponderabile. Per questo motivo oggi so che la nostra domanda non pu trovare risposta, perch non  rivolta agli uomini, ma direttamente a Dio. Si dovrebbe allora smettere di formularla, ma questo ci  impossibile. Cos solo adesso mi rendo conto che la nostra non  pi una domanda:  un supplizio.

Note.
26. guastatori, soldati specializzati in compiti anche civili (spianare strade, aprire passaggi ecc.).
27. scialba, smorta, scolorita.
28 pervicacia, forte ostinazione.
29. intonso, nuovo, intatto.
30. biasimo, condanna.
...
.
...
CAPITOLO 4.
...
.
...
Il cielo era limpido come un grande specchio azzurro che, verso l'orizzonte, appariva appena striato da lunghe pennellate bianche. Nel pieno del pomeriggio estivo, affannato per la calura, l'uomo veniva su dalla strada polverosa in direzione della villa. Cosa lo avesse indotto a fare quella strada in un'ora da lucertole come quella era un mistero per tutti, tranne che per lui. Man mano che il fronte avanzava e la situazione degenerava portando lo sbando e la confusione l dove prima c'erano l'ordine e l'autorit, le idee in quella sua grossa testa suina coperta appena da un vano pelo biondiccio, si andavano ordinando con sua grande soddisfazione. Si ferm per detergersi l'abbondante sudore dalla fronte e dal collo con un fazzoletto, e, sogghignando fra s, punt i suoi piccoli occhi azzurri in alto nel tentativo di scorgere l'entrata della fattoria. In confronto ai contadini di quelle parti la sua mole e la sua altezza lo facevano sentire un gigante e la camicia bianca che indossava, insieme alla sua mascella prominente sul volto quasi carminio(31), gli conferivano un non so che di autorevole. A questi doni
la natura aveva aggiunto un'intelligenza sottile e la vita con le sue asprezze vi aveva sommato l'indifferenza per il prossimo e la perfidia. All'imbocco della strada per Fabbrica aveva nascosto fra i cespugli la sua pistola per evitare che i tedeschi potessero scambiarlo per un partigiano. L'arma, che di solito portava ben evidente infilata nella cintola, gli era indispensabile per incutere timore e ottenere il rispetto dai contadini. Aveva scoperto da mesi che con quella e con i suoi modi spicci e sbrigativi, gli bastava chiedere per ottenere tutto ci di cui avesse bisogno. Cos con i tedeschi si faceva passare da prode fascista e fedele alleato, ma era gi bell'e pronto a fregiarsi del titolo di partigiano laddove, una volta giunti gli americani, ci fosse stato da assaltare, armi in pugno, l'abitazione di qualche gerarca(32) con il preciso scopo di razziarla e di entrare nella lista degli eroi.
La lingua non gli mancava, ch si era avvezzo a mentire sin da bambino, e neanche la spregiudicatezza e il coraggio gli facevano difetto.
"Chi non risica non rosica" era il suo motto, e se la rideva in cuor suo di quanti inseguendo l'una o l'altra idea mettevano a repentaglio la propria vita senza nulla chiedere. Quello era il suo momento, si sentiva come baciato in fronte dal fato, invincibile e invulnerabile nel suo parossismo(33). Per questo, saputo che il conte aveva abbandonato la villa vi si recava ora senza indugio per prendere quanto, secondo lui, gli spettava di diritto.
Quando fu sulla sommit della salita intravide le guardie tedesche. Queste gli puntarono il mitra contro. Calmo si avvicin ostentando un sorriso sincero, salut battendo il tacco e alz il braccio destro al cielo.
Saluto al duce!
Lo perquisirono. Aveva in tasca tre pacchetti di sigarette, i soldi li teneva nei calzini. Offr una sigaretta ai due giovani soldati, rise, fece capire loro che potevano tenersi tutto il pacchetto. Si appoggi al camion con loro e inizi a gesticolare per cercare di farsi capire. Voleva far loro intendere che lui era un fascista fedele all'Asse, che era stato il conte a mandarlo a prendere dalla villa alcuni oggetti che, nella fretta di andarsene, si era dimenticato.
Era venuto a sapere che a poca distanza da l, sul poggio opposto, a Pratale, vi erano sfollati sua moglie e i suoi tre bambini. Uno era appena nato, ma lo stesso, come avrebbero poi riferito le donne di Pratale negli anni a venire, l'uomo non si faceva scrupoli a lasciare la moglie sola con i piccini per settimane, tanto che quando erano arrivati i tedeschi e avevano fatto evacuare la casa "la madre non aveva abbastanza mani per prendersi le creature con s e, se non fosse stato per la piet della gente, glieli avrebbero ammazzati!"
Non c'era tempo per pensare alla famiglia, a quella doveva pensarci la donna, ora era il momento di muoversi, di approfittarne, un momento che non sarebbe durato in eterno e al termine del quale si sarebbero fatti i conti. Alla fine del salmo, fra vedove, orfani, mutilati, martiri, eroi, storpiati dalla mine, fascisti e partigiani, ci sarebbero stati i vivi e i morti. Per i morti, pace all'anima loro, che chi  cos stupido da farsi ammazzare ha sempre torto. Ma fra i vivi, fra i vivi nel mondo risorto dalle macerie, ci sarebbero stati ancora una volta, sempre, fino alla fine dei tempi, i ricchi e i poveri. Nello scozzarsi(34) di carte di quei giorni per, se molti ricchi sarebbero divenuti ancora pi ricchi e molti poveri ancora pi poveri
ritornando al loro posto, se qualche nato ricco si sarebbe ritrovato in miseria, nondimeno, fra spintoni e urla selvagge, un buon numero di disperati, di nati senza camicia, scattando al momento giusto e approfittando della situazione, si sarebbero ritrovati dall'altra parte: l dove avrebbero dovuto nascere sin dal principio e per una stolta svista del destino, non erano nati. Lui sarebbe stato fra quelli perch sentiva in cuor suo di meritarlo pi di ogni altro.
Riusc a entrare nella villa arrampicandosi sul pergolato e penetrandovi da una finestra del primo piano la cui persiana era rimasta socchiusa nella fretta di andarsene. Avvolse la mano nella camicia sfilandosela con destrezza e, cercando di non far rumore, con un colpo deciso ruppe il vetro. Poi, infilata la mano all'interno gir la maniglia e apr la finestra. Issandosi sul davanzale si lasci cadere nella stanza sentendosi come Aladino al momento di penetrare nella grotta dei quaranta ladroni.
Dalla camera transit velocemente in un grande salone. Avevano vuotato in fretta e furia i cassetti del com, ma il mobile era di legno pregiato. Ci sarebbero voluti un carro per portarselo via e una buona dose di audacia. Intanto avrebbe dovuto accontentarsi di qualche quadro. Su un tavolinetto da fumo vicino al camino trov una scatola con quattro sigari lunghi e signorili. Se li cacci in tasca, poi ci ripens e se ne accese uno, con un grosso accendisigari da tavolo incastonato in un blocco di alabastro verde. Decise di cacciarsi nell'altra tasca anche l'accendisigari. Si sedette in poltrona incrociando i piedi e poggiandoli sul tavolo, quasi a distendersi nella penombra della stanza, il bozzo d'alabastro nella tasca gli urtava il fianco in un misto di dolore e fastidio. Si sistem meglio. Tirava grosse boccate, toss goffamente traspirando per errore. Intanto una grossa nuvola di fumo grigio danzava in lente volute innalzandosi
fino al soffitto. Con gli occhi arrossati, nella bramosia di finire al pi presto il sigaro, di goderselo, si guard intorno. Roba da signori. Chiss, forse, alla fine della guerra, anche lui avrebbe avuto una casa come quella e dei servi.
Mi alzerei volentieri per andare fino alla finestra, ma temo che Francesco non dorma abbastanza profondamente. Perci rimango immobile nel letto, recito una preghiera, nella speranza che il ritmo sempre uguale dell'Avemaria occupando la mia testa mi prenda per mano, come una ninna nanna e mi faccia prender sonno. Certe volte, raramente, funziona. Ma non stasera, stasera i pensieri e i ricordi sono onde di una mareggiata e si abbattono sullo scoglio inerme del mio cervello spazzando via le preghiere come sabbia, relegandole a un brusio di conchiglie sullo sfondo che pian piano si spegne.
 vero, Dio ci ha fatto la grazia di concederci un colpevole. Un volto da biasimare, un responsabile. Ancora oggi, non posso fare a meno di credere che tutto sia successo per colpa di quell'uomo. Ma si tratta di una grazia incompleta, una grazia a met, il sospetto rimane e negli anni, ripensando a tutta la storia, si  trasformato sempre di pi in una certezza, senza tuttavia divenire mai tale. Non c' stata nessuna indagine, nessun processo, nessuna condanna. Per noi, semplicemente, quell'essere fu l'unico chiodo al quale pot rimanere impigliata la stoffa putrida del nostro risentimento, del nostro dolore. Oggi, conservo quel sospetto-certezza, come si conserva un fiore in un libro, per rispetto di chi ce l'ha donato, e a me lo donarono mia madre e le altre vedove e orfane di Pratale. Insieme lo accudimmo e bagnammo di lacrime finch non fummo donne fatte, ed era un fiore vivo e palpitante, rosso di sangue, striato in profondit da lunghi solchi neri di rabbia e d'impotenza. Era il ricordo di un'accusa che rimase inascoltata e, proprio per questo si fece pi forte resistendo al trascorrere degli anni, fino
a impietrirsi in una stele di certezza che per certezza non era: bastava toccarla perch si sbriciolasse come cenere. La grazia ci riguardava solo a tratti, in certi giorni, quando se ne riparlava fra di noi convincendosi a vicenda fino a crederci davvero.
No, non potevamo esserne certi, avremmo voluto una qualche certezza, ma no, non potevamo. Per rispetto della moglie, quella poveretta, dei suoi figli innocenti e, per quanto ci apparisse detestabile, anche di lui. Che fra un ladro e un assassino ce ne corre di strada.
Cos, se mai una maledizione ci sfugg dalle labbra quando fummo abbandonate da tutto e da tutti, quando ci sentivamo pi disperate e sole, fu sempre condizionata, spuntata come una bestemmia raddolcita a met frase da chi, nel dirla, gi si pente d'averla pronunciata.
Che lui sia maledetto... se  vero che ha fatto quel che ha fatto!
Eravamo gi sistemati nella casa dei Gori quando lo vidi per la prima volta, aveva portato due fiaschi di vin santo a dei tedeschi della nostra casa, certo per ingraziarseli, e loro, prima di bere avevano preteso che bevesse lui, da entrambi i fiaschi. Non si fidavano e anch'io, vedendolo, subito ne ebbi paura. Non so se si tratt d'un istinto infantile o di un presentimento. So solo che c'era qualcosa in lui di spaventoso e che subito la sua immagine, i suoi occhi, si sovrapposero a quelli del Verro che mi aveva quasi aggredito nel bosco. Chi ha studiato tutta la faccenda ci ha compatito per questo. Senz'altro lo abbiamo presentato come il diavolo di una fiaba popolare, troppo cattivo per essere vero, per non dargli la colpa del male. Insomma, gli studiosi hanno parlato di un... capro espiatorio(35), credo si dica cos. Avranno anche ragione, eppure resta il fatto che a me, che a tutti noi, sembr che costui fosse colpevole. Che il diavolo in quei giorni, sfilando con coda, corna e forcone, abbia trovato il suo
miglior travestimento, giacch, per quanto se ne dica, non ci si aspetta di ritrovarselo di fronte con i suoi panni.
Si stava bene dai Gori perch pochi giorni dopo il nostro arrivo era arrivato nella casa, riservandosi le stanze migliori, un ufficiale importante con un gruppo di soldati. Era un uomo mite, lo trattavamo bene e lui faceva altrettanto. Le donne cucinavano per i tedeschi, lavavano loro i panni... Se arrivavano altri tedeschi con l'intenzione di razziare la casa o portar via delle bestie, lui usciva fuori con la sua uniforme e quelli, dopo averlo salutato sugli attenti, seguitavano per la loro strada lasciandoci in pace. Per questo la stalla era piena di animali, li avevano portati i "nostri tedeschi", razziandoli altrove.
il nonno scherzava con il capoccia dei Gori: Beato voi che avete la stalla piena di bestie gli diceva, e l'altro: Eh gi, peccato che non siano mie ma dei tedeschi.

Note.
31. carminio, di colore rosso vivo.
32. gerarca, dirigente del partito fascista.
33. parossismo, eccitazione.
34. scozzarsi, mescolarsi.
35. capro espiatorio, persona sulla quale si fanno ricadere colpe non sue.
...
.
...
CAPITOLO 5.
...
.
...
Che fate babbo? Non dormite?
Carlo fece segno al figlio di tacere portandosi un dito di fronte alla bocca. Neanche Giuliano dormiva. Alle tre donne avevano lasciato il letto e loro dormivano sopra una coperta sul pavimento di fronte all'armadio d'abete. La stanza che i Gori gli avevano dato era sulla parte anteriore della casa. Se una bomba avesse colpito la facciata avrebbe travolto anche loro. Nessuno faceva troppo caso a queste cose; dopo le prime bombe, se si era ancora vivi, si correva in cantina. E poi non stava bene negoziare sull'ospitalit. Ma Carlo non poteva fare a meno di pensarci: sapeva che se il comandante tedesco si era preso la parte pi bassa e riparata della casa, le stanze che rimanevano dalla parte opposta a quella da cui giungevano gli aerei, non era stato certo per caso. Ci pensava, ma non poteva certo far dormire la sua famiglia all'aperto, e preferiva comunque non dir nulla a Giuliano, che il destino  il destino, e pi di tanto non ci puoi fare. Lo stesso per rimaneva sveglio nella speranza di sentire gli aerei
arrivare e di riuscire a far scendere in cantina la famiglia prima che iniziassero a sganciare.
Quella notte era stato ad attenderla, addormentandosi solo a tratti e per brevi istanti, come una sentinella che veglia oramai da troppo tempo. Non era successo nulla, per fortuna la guerra non era venuta. Al mattino la prima cosa che facevano alzandosi era quella di correre alla finestra e di guardare verso la loro casa al di l della piccola valle: ancora no, non l'avevano fatta saltare. Sarebbe stata una questione di giorni, o addirittura di ore, eppure il solo fatto di vedere la loro casa in piedi ridava loro speranza. Intanto il grano si faceva sempre pi maturo nel campo, l'istinto preparava le loro ossa a compiere il gesto antico della mietitura. Bastava guardare quella distesa d'oro, quel mare di pane, per sentirsi dolere il braccio e la schiena e ritrovarsi nel naso il profumo dei filoni appena sfornati. Se solo avessero potuto mettersi al lavoro come se nulla fosse e dimenticare tutto...
Carlo scese gi nel grande stanzone del focolare, trov il capoccia(36) dei Gori intento a mettersi le scarpe nel canto del fuoco.
Allora? domand.
L'altro sollev lo sguardo dal suo piede e lo guard stringendosi nelle spalle con un gesto di rassegnazione.
Allora... ripet, son sempre qui, finch ci sono loro non ci dovrebbe capitare nulla. Voi avete dormito?
S ment Carlo e abbass gli occhi infossati e pesti che tradivano la sua menzogna.
Dovete cercare di dormire seguit l'altro, la notte  fatta per dormire e il giorno per lavorare e pensare.
Altra gente entr nella cucina e anche un tedesco sopraggiunse in cerca di latte per il comandante.
Ci penso io! si offr Carlo e, tolta di mano al giovane soldato la gavetta(37), si avvi verso la stalla seguito da questi.
Una volta dentro la stalla cerc la capra e, mungendola con destrezza, riemp la gavetta.
Ancora chinato la porse al soldato.
Danke!(38) disse l'uomo.
Accadde tutto in un istante, la bocca fu pi veloce della mente.
Bitte!(39) rispose automaticamente Carlo, e subito si pent della sua disattenzione.
Sprichst du Deutscht?(40) chiese il tedesco meravigliato.
Bitte ripet Carlo fingendo di non capire, volendo dargli a intendere che conosceva solo quella parola.
L'altro seguit in tedesco guardandolo con complicit e malizia, come si fa quando si sgama(41) un bambino che vuole fare il furbo senza riuscirci.
Also du sprichst Deutsch!(42) e poi in un italiano stentato. No paura:  cosa bene conoscere lingue.
Carlo rimase a guardare l'uomo mentre usciva dalla stalla portandosi via insieme al latte il suo segreto. Nei giorni seguenti si dette mille volte dello stupido per essersi lasciato sfuggire quella parola. Si era trattato di presunzione, di cos'altro senn? La sua vecchia testa da contadino, anticipando qualsiasi cautela, aveva
voluto sfoggiare quelle tre parole di tedesco che conosceva. Non poteva immaginare che passata la guerra, negli anni di pace a venire, altri contadini, i reduci dai campi di lavoro tedeschi, avrebbero fatto lo stesso con i turisti che sarebbero giunti dall'Austria e dalla Germania a chiedere informazioni durante il loro soggiorno in Chianti. Chi si aspetterebbe che un vecchio contadino intento a legare la vigna, richiamato sul ciglio della strada da una vettura piena di bambini dai capelli biondi, possa dare le indicazioni richieste accompagnando i suoi gesti con uno stentato ma preciso tedesco?
Di l a poco quella stessa mattina, arriv una camionetta di tedeschi. Con l'ormai consueta apprensione, le donne e gli uomini stettero a guardarla dalle finestre della cucina. Come era avvenuto altre volte il capitano usc a parlare con i nuovi arrivati.
Non c' nulla da temere disse convinto il vecchio dei Gori. Vedrete che ora li manda via come ha fatto con tutti quelli che sono venuti prima.  uno che conta lui!
Nessuno osava parlare guardando la scena dei due che discutevano sull'aia della casa. Si sentiva solo il ronzare delle mosche e la tensione delle donne che si portavano le mani alla bocca o a tormentare il grembiule.
Stavolta per non fu come tutte le altre volte, i due smisero di parlare e si diressero verso la cucina, entrarono e fecero mettere in fila tutti i presenti. Poi indicarono Giuliano, Omero, Marcello, Giovanni e tutti gli altri giovani presenti separandoli dal gruppo. Fu allora che le madri iniziarono a piangere e a urlare mettendosi in ginocchio di fronte ai tedeschi, supplicandoli, cercando di trattenere i propri figli perch non li portassero via.
il capitano sorrise, cerc di aiutarle ad alzarsi.
No preoccupare voi. Loro lavorare, poi tornare.
Arrivarono altri soldati, spinsero fuori gli uomini, la confusione aument fino a che il capitano non alz la voce chiedendo di fare silenzio. L'aria si fece immobile.
Loro lavorare, poi presto tornare. Vi do la mia parola... d'onore.
Li caricarono su un camioncino e partirono salutando con i volti mesti le mogli, il padre, le madri.
Avete sentito il capitano, domani ritornano disse Carlo che si sentiva la gola piccola per il dolore e la paura di non rivedere pi il suo bambino.
Li porteranno in Germania a lavorare, in Germania vi dico! url Ada. Non li rivedremo pi, non li rivedremo pi! e scoppi in singhiozzi di pianto convulsi, stringendosi al petto Mirella e lacrimando come una fontana. Anche le altre donne piangevano e anche Mirella piangeva, sommessamente, come un rivolo di sorgente che faccia fatica a sfogare in superficie per farsi polla(43). L'idea terribile di non rivedere pi suo padre le scavava dentro una voragine sporgendosi sul bordo della quale veniva conquistata da una vertigine sconosciuta, il babbo, il babbo, il babbo! Si sarebbe data in pasto ai cani per salvare il suo babbo, per quel sorriso e quel suo modo di prenderla sulle ginocchia, di ridere di cuore e di carezzarle la testa.
Non si dorm quella notte in casa dei Gori, tutti rimasero da basso a recitare il rosario. Solo Carlo e Livio, i capoccia, si alzarono e uscirono dalla casa. Dalla stanza del capitano giungevano risa di gente che aveva bevuto troppo, non c'era nessuno a cui chiedere conforto, notizie sul destino dei propri figli. C'era solo la parola di quell'uomo a cui aggrapparsi, di quel capitano tedesco che li aveva
protetti fino l e che ancora impediva loro di abbandonarsi alla totale disperazione.
Fu allora che videro uscire dalla stanza del capitano un uomo alto e biondiccio, corpulento, con una camicia bianca che riluceva nella notte cupa. Lo conoscevano bene. L'uomo camminava barcollando e si ferm poco dopo poggiandosi ad un albero, armeggi con la chiusura dei pantaloni, urin nella proda(44) e ritornando sui suoi passi riguadagn la porta.
Lo riconobbero. Scossero la testa.
Ci si potr fidare della parola di un uomo che ama trascorre la serata con gente di quel tipo? domand Livio.
Speriamo replic Carlo con la bocca arsa di amarezza, speriamo.
Semmai seguit l'altro, bisogna stare attenti. Con questo Farinaio qui intorno, tutto pappa e ciccia con i tedeschi, con moglie e figli sfollati da noi, che ti piomba in casa a tutte l'ore!
Gliel'ho detto anche a questi ragazzi imboscati(45) di girare larghi. Di non venire qui a cercare da mangiare, che c' pericolo. Con i tedeschi in casa. Capirai, son bravi questi che son qui, ma son sempre tedeschi. Se li vede il Farinaio e glielo dice...
Bisogna che le donne glielo dicano chiaro. Non  per cattiveria, ma non vorrei ci andassimo di mezzo tutti...
La mattina dopo, sulla scrivania improvvisata del capitano, vicino a un pacchetto di sigarette Tre Stelle era poggiato un bellissimo accendisigari da tavolo d'alabastro verde, che un tempo era appartenuto al conte Fiaschi.
Ritornarono davvero e fu come se un maestrale(46) a lungo atteso avesse spazzato via le nubi cupe che quella notte si erano addensate sulle nostre anime. Vivessi mille anni non potr mai dimenticare i loro volti sorridenti e felici e l'entusiasmo di mia madre e delle altre donne che nella loro trepidazione avevano letteralmente consumato le corone del rosario a forza di pregare. Babbo e gli altri uomini ci raccontarono che i tedeschi li avevano trattati bene pretendendo soltanto che svolgessero alcuni enormi rocchetti di fili telegrafico attraverso il bosco, fino a congiungerli con un'altra linea vicino alla fattoria di Badia. Questo almeno credettero di aver capito, ma l'importante era che fossero ritornati a casa.
Se si  graziati una volta dal destino non si pu fare a meno di credere, almeno con una piccola parte del proprio animo, che a noi non possa accadere pi nulla. Capita anche ai giocatori, mi hanno detto. Vincono, si convincono di essere baciati in fronte dalla fortuna e decidono di giocare ancora, il nostro per non era un gioco e avremmo fatto volentieri a meno di mettere nuovamente alla prova la nostra fortuna, giacch la posta in palio in quei terribili giorni era la nostra vita.
Tuttavia c' qualcosa di illogico che non ci fa dormire quando, ripensando a quel che  stato, ci si scopre a concludere che non  giusto illudere degli uomini, farli sfuggire a una sciagura per poi farli precipitare in una peggiore. Ma non si pu discutere con il destino, lo diceva sempre la mamma,  come un gatto che gioca con il topo, si diverte a lasciarlo dopo averlo preso, a dargli l'illusione della salvezza, per il gusto di menargli un colpo ancora pi letale.
Ma gi mi pento dei miei pensieri, non  giusto parlare di fato, dal momento che questo toglie responsabilit alle azioni degli uomini. Non solo alle azioni dei carnefici, ma anche a quelle dei giudici e dei politici, a ci che accadde in seguito. Giacch quando si  feriti a morte, basta un nulla per far risanguinare la ferita: una parola di troppo, un'attenzione di meno. Ci che gli altri fanno o non fanno senza pensare diviene un delitto nel delitto, qualcosa dal quale non si pu fare a meno di essere feriti. Dispiace essere cos maledettamente suscettibili(47) e, allo stesso tempo, assetati di considerazione. Considerazione non per noi, ma per coloro che amammo e morirono ingiustamente.
Ancora gli occhi mi si bagnano e indugiano nel buio in direzione del bosco. Era il primo Natale del dopoguerra, io e le altre bambine di Pratale non avevamo nulla, mia madre cuciva fino a notte fonda consumandosi gli occhi con il lume a petrolio per procurarci qualcosa da mangiare.
Vedrai che verranno. diceva mia madre, qualcuno al comune, il sindaco, le autorit, qualcuno si ricorder delle bambine orfane di Pratale, vi porteranno un dono, qualcosa, qualcosa per voi che non avete pi nulla.
E invece no, n quel Natale, n tutti gli altri a venire. C'era miseria per tutti, eppure ci attendevamo che qualcuno si ricordasse di noi. E la vedo ancora negli anni a seguire, raccontare mille volte di quest'attesa tradita come si racconta di un grande dolore. Nemmeno una caramella! ripeteva. Nessuno, mai, nemmeno una caramella per queste bambine senza il babbo.

Note.
36. capoccia, capo famiglia.
37. gavetta, recipiente di latta usato dai militari per mettervi il rancio.
38. Danke!, "Grazie!".
39. Bitte, "prego", "non ce di che".
40. Sprichst du Deutscht?, "Parli tedesco?".
41. sgama, sorprende.
42. Also du sprichst Deutsch!, "Allora parli il tedesco!".
43. polla, piccola sorgente d'acqua.
44. proda, striscia di terra al margine di una strada campestre.
45. imboscati, disertori.
46. maestrale, forte e freddo vento che soffia da nord-ovest.
47. suscettibili, facili a offendersi, permalosi.
...
.
...
CAPITOLO 6.
...
.
...
Allora  vero che se ne vanno?
Sembra proprio di s.
Che Dio ci protegga!
Non ci sar bisogno di scomodare Dio, se se ne vanno  perch oramai gli americani sono vicini disse uno dei Gori.
Non bestemmiare intim una delle vecchie di casa, di Dio c' sempre bisogno.
Se ne vanno. Se ne vanno perch arrivano gli americani. Se si ritirano non ci saranno combattimenti disse Carlo.
Quel pensiero gli scaldava il cuore.
Un tedesco entr nella cucina spalancando la porta come una folata di tramontana. La sua ombra lunga e possente offusc il riquadro di luce e subito, secco e imperioso, risuon l'ordine nella stanza: Mangiara, mangiara prima di partire!
Le donne corsero a far loro qualcosa da mangiare, disperdendosi come un gruppo di galline assalite da un cane.
Siamo gi liberi. Liberi! pensava fra s Carlo aggirandosi fra le donne come in preda a una fibrillazione(48). Fategli un bel pranzo. Ora mangiano, prendono le bestie e via, vanno via. Poi arriveranno gli americani. Ci sar da difendersi anche da quelli, bisogner nascondere le donne(49). Ma oramai siamo alla fine.
Rinvigorito dalla sua previsione girava fra le donne indaffarate intorno ai fornelli e le rassicurava raccontando loro come sarebbero andate le cose, da l a qualche ora.
il capoccia dei Gori fu chiamato fuori nel piazzale e Carlo lo vide dalla finestra della grande cucina. C'erano alcuni tedeschi con tre paia di buoi.
il capitano ha detto disse il tedesco, che noi stati bene qui. Noi dormito e mangiato bene...
Mentre si sforzava di farsi capire, si fece avanti un altro tedesco con il Farinaio, quest'ultimo si asciug la bocca con il dorso della mano e guard sorpreso tutti quegli uomini sull'aia, il tedesco che parlava squadr i due con uno sguardo irritato, come se si risentisse per l'interruzione. Allora il tedesco che veniva avanti con il Farinaio disse qualcosa e ci fu uno scambio di battute fra i due piuttosto vivace. Gli uomini non capirono, se non che i due tedeschi non erano d'accordo e che quanto andava dicendo il nuovo arrivato non doveva piacere all'altro che li aveva convocati fin l.
Senza badare oltre ai nuovi venuti il soldato riprese il suo discorso, come di malavoglia. Siamo stati bene qui ripet, per questo vi vogliamo regalare un paio di buoi per famiglia.
Gli uomini credettero di non aver capito bene. Era il 21 di luglio, faceva caldo, i tedeschi se ne andavano e lasciavano a loro delle bestie. Due buoi per i Gori, altri due per i Cresti e l'ultima coppia per il Farinaio, che, nonostante i sorrisi e i ringraziamenti seguitava a guardare quello che avevano avuto gli altri, come se non si capacitasse di quel dono, a parer suo cos mal riposto.
Mentre ognuno degli uomini, fra mille ringraziamenti, guadagnava la cavezza(50) della sua coppia di buoi, sempre il solito tedesco che parlava un po' d'italiano, si tir in disparte con i Cresti e i Gori e attento che nessuno l'ascoltasse disse loro: Questi besti(51) li abbiamo regalati a voi perch compenso di quanto avete fatto per noi. il tipo con la camicia bianca ha gi avuto i suoi. Voi non date a lui altri perch lui non buono come voi.
E poi duramente, quasi rabbiosamente: Guai a voi se glieli date a lui. Se tornare indietro e voi non avere pi buoi, guai a voi!
Gli altri annuirono contenti. Non ci pensavano nemmeno a dare a quel poco di buono le loro bestie, che si tenesse le sue. S, proprio cos, ognuno le proprie e tutti contenti. La minaccia del soldato era parsa a tutti inutile.
Quella notte il capoccia dei Gori e quello dei Cresti dormirono con il medesimo sorriso stampato sulle labbra. Beati come dei bambini che trascorsa una bella giornata a correre e giocare si godano poi il meritato riposo.
Le bestie tornavano a casa e arrivavano gli americani. Stava finendo, stava finendo! Perfino Carlo quella notte riusc a chiudere occhio. Era esausto e di colpo, come una corda troppo a lungo tesa
che qualcuno rilasci di scatto, si addorment ai piedi del letto delle donne, al fianco di suo figlio.
Ripensandoci in seguito Serafino Gori si chiese come avesse fatto il tedesco a indovinare l'ingordigia(52) del Farinaio. Di certo gi nella conversazione avuta con l'altro tedesco, quello sopraggiunto con lui, doveva esserci traccia di quella richiesta. Forse i due buoi che gli aveva ceduto erano stati una specie di compromesso, forse, in cuor suo, tutti i buoi erano destinati ai contadini che li avevano ospitati. Forse il Farinaio li aveva chiesti tutti per s con l'aiuto dell'altro tedesco, e si era dovuto rassegnare ad averne solo una coppia.
S, doveva essere andata proprio cos, dal momento che la sua richiesta non si fece attendere e la mattina dopo divent pretesa.
Quella mattina di luglio, lungo la strada polverosa Livio Gori incontr il Farinaio che andava verso Pratale. Anche quel giorno faceva caldo e, come in un western nostrano e improbabile, i due uomini si trovarono a camminare l'uno incontro all'altro sullo stesso viottolo.
Livio Gori avrebbe volentieri cambiato strada, ma in quel punto non era possibile neanche tagliare per i campi perch alte macchie di rovi coprivano i greppi(53) della via. E poi no, non gli avrebbe mai dato la soddisfazione di mostrarsi schivo o intimorito.
Ancora pochi passi e i due furono quasi di fronte, il Farinaio incroci le braccia ricoperte di bionda peluria e si dispose in modo da tagliare la strada al Gori.
Si sentiva forte, immenso, come una biscia che abbia adocchiato un topolino e se lo senta gi gi per la gola.
L'altro lo guardava indifferente, un filo d'erba che gli pendeva dal lato della bocca. Fece un gesto con la testa in direzione dell'altro, sollev appena il mento con uno scatto, fermandosi al centro della strada, come a dire Emb? Che vuoi?
La bocca del Farinaio si dischiuse in una sorta di ghigno(54), una fessura troppo piccola sulla grande faccia rossa e quasi beffarda al di sotto di quegli occhi. Occhi d'un colore indefinibile: chiari come il cielo prima che inizi a nevicare.
Tu sei uno di quelli di ieri. Con quel tedesco avete preso le bestie che erano per me, prima che io potessi prendermele.
il tedesco ha parlato chiaro, te quelle tue le hai avute, noi s' avuto le nostre per aver ospitato i tedeschi: ognun le sue e siamo pari.
Per sottolineare la perentoriet(55) delle sue parole Livio Gori mosse la mano a taglio di scatto di fronte a s.
L'altro lo misur, avrebbe potuto schiacciarlo senza difficolt, con il solo suo peso. Ma a che sarebbe servito. Si alter divenendo minaccioso.
Sta' attento, state attenti perch a me mi preme di pi la camicia della pelle!
A me preme poco quella e quell'altra! replic il contadino e seguit del suo passo.
Era un uomo duro, avvezzo alla fatica e al lavoro, a chinare la testa come un somaro, ma era avvezzo anche alla pace, non era solito alterarsi o litigare, anche da ragazzo aveva sempre preferito star lontano dai guai. Sentiva le gambe farglisi molli man mano che si allontanava dall'altro e la tensione calava.
il Farinaio, invece, aveva preso a camminare svelto in direzione dell'abitato di Pratale, sfogando la rabbia sul terreno con passi pesanti e nervosi per l'oltraggio subito. Pestandolo, quel terreno, come se fosse stata la schiena del Gori.
Perch, perch il sonno non viene?
Guardo una crepa nell'intonaco della parete, vorrei che diventasse una farfalla, una rondine che volando mi trasportasse via con s cullandomi in uno scampolo(56) di sonno ristoratore. E, invece, rimane solo una crepa, una crepa e nient'altro. Lucida, chiara, viva, quasi pulsante. Come lo strappo sulla busta di una lettera.
S, la lettera arriv dal Comune e come sempre accadeva mia madre l'apr confondendosi di fronte a tutti quei numeri.
O che  questo? Una multa?
La presi dalle sue mani e la lessi.
No, mamma. Non  una multa.
Una multa di che? Non avevamo neanche la bicicletta. Mi sentii morire. La guardai tristemente. Dissi: No,  una bolletta, la pago io, lascia fare...
Ma non si poteva ingannarla. Le cose le sentiva ancora prima di saperle, o forse le presagiva dall'espressione della mia faccia.
Che cos'? mi domand con tono che non tollerava repliche.
 il conto per lo spostamento del babbo... della salma del babbo e del nonno.
Si sedette sulla sedia del cucito coprendosi un istante il volto con le mani. Se lo strofin senza proferire parola come se lo stesse lavando con un'acqua immaginaria. Poi si rialz, con la faccia dura, offesa. Mi prese la lettera dalle mani. Dammela!
La ripieg e se la mise in tasca al di sotto del grembiule. Una pezza rovente a contatto con il suo ventre. Riprese a cucire veloce per alcuni minuti, con scatti decisi e nervosi.
La guardai dispiaciuta, agitata a mia volta, come se fosse stata colpa mia.
Metti l'acqua per la minestra mi disse. Gioved c' il mercato. Ci vo io a ragionare in comune.
E ci and veramente, con la sua borsa della spesa e la maglia di cotone. Irata e decisa come un bufalo, ma, suo malgrado, era solo una vecchia, un'anziana vedova con la crocchia(57) e i capelli bianchi e con la seconda elementare.
Te aspettami qui per piacere.
Giunta al secondo piano, con un po' di fiatone, chiese dell'ufficio a un impiegato. Fece un po' di fila e fu ricevuta da un uomo sui quarantanni con il pizzetto e la giacca di tweed. Aggiustava dei fascicoli e si volt a salutare
"il prossimo" senza smettere di lavorare.
Buongiorno signora. Si accomodi. Mi dica.
Mia madre lo guardava seria, ostile. Gli pass la busta.
Vorrei sapere che cos' questa.
L'uomo la prese, la guard.  un conto da pagare per l'ufficiale sanitario, signora. Per lo spostamento di due salme.
Ma che salme sono lo sapete?
No, signora, non lo sappiamo. Ma sa com' siamo tutti uguali da vivi, figuriamoci da morti!
I' mi marito gl' morto a Pratale, ammazzato dai tedeschi in una strage! aggiunse secca mia madre.
L'uomo si ferm a guardarla come si guarda un postulante(58), poi allarg
le braccia e disse, come per lavarsene le mani: Signora, noi come ufficio non  che si pu stare a far distinzioni fra chi  morto in un modo e chi in un altro. Le salme sono state spostate, ci sono state queste spese e la legge... la legge la dice che le devono pagare i famigliari... poi, per me, sfuggente, quasi infastidito, seguitava a mettere a posto delle carte tenendo gli occhi bassi, l' libera di fare come la crede.
E lei, e mia madre, che avrebbe voluto urlargli di vergognarsi, non ce la faceva neanche a inghiottire la saliva. Avrebbe voluto fare una scenata e, invece, era tanto se riusciva a non singhiozzare, mentre le lacrime le salivano agli occhi per l'umiliazione subita.
Si alz e infil l'uscio senza salutare.
Immagino l'impiegato mentre scuote la testa rialzandola dalla scrivania e invita qualcun altro a entrare.
No! mi disse. Non voglio andare a parlare nemmeno con il sindaco, perch se mi dice qualcosa di storto poi ci rimango troppo male. Sai icch(59) si fa, si deve spostare e allora si porta in un altro cimitero, dalla parte di l, in un altro comune.
S, perch per essere capiti bisogna fare le prove, perch lo Stato non  uno come dovrebbe essere, ma  tante teste quante sono le teste di chi ci lavora. Bisogna avere fortuna, come alla tombola.
In ogni modo per tanti anni i corpi rimasero l, dentro a delle cassette in una cappellina, "accatastati come la legna", diceva mia madre.
Nel comune dove trasferimmo le salme, a due chilometri di distanza, trovammo chi ci seppe capire, non ci fecero pagare nulla e innalzarono una cappella per i nostri cari: onore e gloria ai caduti di Pratale, eccetera, eccetera.

Note.
48. fibrillazione, stato di nervosismo e agitazione.
49. bisogner nascondere le donne, perch durante l'avanzata dell'esercito anglo-americano vi furono numerosi stupri da parte dei soldati.
50. cavezza, fune che serve a tenere legata per il capo la bestia.
51. besti, bestie, animali.
52. ingordigia, avidit.
53. greppi, sponde rialzate di una strada di campagna.
54. ghigno, espressione sarcastica e cattiva.
55. perentoriet, atteggiamento che non ammette replica, obiezione o discussione.
56. scampolo, avanzo, in genere detto di una pezza di tessuto.
57. crocchia, acconciatura nella quale i capelli sono raccolti e fermati sulla nuca.
58. postulante, persona che chiede con insistenza favori.
59. icch, che cosa.
...
.
...
CAPITOLO 7.
...
.
...
Infine, montando come un temporale nel chiarore limpido del cielo estivo, in una notte in cui si sarebbero potute contare tutte le stelle del cielo, la guerra era arrivata. Improvvisamente i radi bombardamenti dei giorni precedenti e le incursioni aeree in lontananza, si erano trasformati in un gioco di bambini, petardi e girandole da sagra paesana, se paragonati a quanto stava succedendo quella notte. Carlo e Giuliano, con Ada, Mirella e Sandra, erano corsi fuori dalla casa insieme a tante altre sagome scure di contadini, voci che chiamavano, bambini e bambine che piangevano.
Nella stalla, presto, nella stalla!
L, insieme ai buoi lasciati dai tedeschi, pensavano di essere al sicuro, intanto che fuori e sopra le loro teste, i due eserciti si sfidavano per lo scontro finale, il mugghio(60) dirompente dei
cannoni spezzava lo stomaco e faceva tremare i muri; fuori, alberi bruciavano come cerini sulla collina, e il cielo si illuminava a giorno a ogni deflagrazione(61) arrossando le sagome dei soldati e il profilo dell'orizzonte.
Poggiato allo spesso muro di pietre della stalla, con gli occhi sbarrati e il sudore che gli colava lungo la schiena, Carlo pensava che se ce l'avessero fatta a non morire, di l a poco tutto sarebbe finito. In cuor suo quasi non credeva di potercela fare un'altra volta a sfuggire a quell'orribile creatura.
Gi da alcuni giorni, guardando verso Fabbrica si vedeva un brulichio di tedeschi che si moltiplicavano, come succede quando si pesta un formicaio e tutte le operaie vengono fuori allarmate formando una macchia nera e vibrante.
Qualcuno aveva detto che i tedeschi buoni prima di andarsene via dalla casa avevano chiesto degli abiti civili; dopo di loro erano arrivati tanti altri tedeschi intorno casa e, quella mattina, ne arrivarono alcuni portandosi con loro un tedesco ferito.
Carlo ci aveva pensato a lungo, con inquietudine.
C' un tedesco ferito a una mano che  venuto a medicarsi in casa gli aveva detto Livio Gori, e a lui, subito, istintivamente, questa storia del tedesco ferito non era piaciuta. Come per un impulso animale che sovviene dalle profondit della carne, una smania irrefrenabile si era impossessata di lui e in un istante aveva compreso che avrebbe subito dovuto portare via la sua famiglia da l.
I tedeschi e il ferito erano arrivati la mattina del 23 luglio, ma subito se ne erano andati quasi tutti verso Fabbrica, portandosi in
prossimit del comando; l dove, inspiegabilmente, la casa minata dei Gori era ancora in piedi.
Intanto, sempre quella mattina, gli sfollati del Casalone di Pratale avevano visto le camionette americane sfilare dalla Sambuca verso Badia e avevano ripreso coraggio.
I capoccia di due famiglie sfollate della Sambuca erano andati a ringraziare il vecchio Gori dell'ospitalit.
La Sambuca deve essere gi libera, noi si torna a casa a vedere cosa c' rimasto. Ci farebbe tanto piacere veniste anche voi.
Le bocche non avevano potuto fare a meno di allargarsi in un sorriso di contentezza. Si erano abbracciati, dopo di che il capoccia dei Gori aveva detto: A fare cosa si viene? Tanto  questione di poco, siamo gi liberi anche noi. Semmai si va nelle cantine a Badia.
In quei giorni, Carlo, il figlio, Mirella e le due donne, avevano traslocato nella grande casa del Sardelli, che aveva pi posto ed era poco lontano; ma a Carlo era venuta quella smania di fuggire e allora aveva detto loro: Stasera ci sar il finimondo, meglio se si va nelle cantine di Badia, son tutti lass ed  pi sicuro. Prendiamo da mangiare, almeno ci si sposta dalla linea delle cannonate, poi l ci sono muri pi grossi ed  messa meglio come posizione.
C'erano ancora dei tedeschi a trafficare intorno casa e avevano dovuto chiedere loro il permesso.
Cinque minuti, per prendere tutto e andare verso Badia! avevano risposto loro, ma poi, mentre radunavano il pane e un po' di necessario, altri tedeschi erano arrivati e li avevano fermati.
Dove andare?
Si va a Badia, ci s'ha i parenti.
Nicht(62) Badia aveva spiegato perentoriamente loro un tedesco molto giovane, con i capelli biondi e la faccia sporca di grasso. Voi stare guten(63) qui. Noi volere mangiara!
E questi adesso da dov'erano sbucati, che cosa volevano?
Erano quattro e alcuni fra di loro non parlavano, ma sembrava che capissero anche troppo bene cosa dicevano i contadini.
Uno di loro aveva preso a ripetere un ordine in tedesco a una delle donne che costernata non riusciva a capire quella richiesta.
Carlo, venite voi a capire che cosa vuole.
Carlo si era avvicinato e, non senza difficolt, aveva compreso che volevano un panno.
Ada aveva portato una tovaglia bianca.
Nein! Viel grsser!(64).
Qualcosa di pi grande! aveva spiegato Carlo, infischiandosene oramai di far finta di non capire; e le donne dei Gori erano tornate da l a poco, con un grande lenzuolo di lino bianco.
il giovane aveva girato per la casa sbattendo le porte di tutte le stanze dell'ultimo piano, finch non aveva trovato quella che faceva al caso suo. Aperta la finestra pi in alto, che dava verso Fabbrica, vi aveva appeso steso, imprecando per i tentativi andati a vuoto, il grande lenzuolo.
Ed ecco che le donne, incitate da Carlo avevano preso a preparare la cena ai tedeschi.
Carlo le rassicurava, o forse rassicurava se stesso, aggirandosi per la cucina. Svelte, facciamogli da mangiare, ammazzate le galline. Ora l' questione di poco. Siamo quasi liberi e bisogna andare nella stalla che  pi sicura.
Presto si fece sera e le cannonate iniziavano a piovere dal cielo con maggior vigore, man mano che si rabbuiava sembrava che aumentassero. Portarono la cena ai tedeschi.
Posandogli il tegame in tavola, per la prima volta Carlo li aveva guardati bene, e ora, mentre ansimava con le spalle poggiate al muro della stalla, la sua testa rimuginava frullando come una macina di mulino, perch c'era qualcosa che non gli tornava.
Quei tedeschi l erano diversi da tutti gli altri che aveva visto fino ad allora, erano armati fino ai denti, con le cannonate che piovevano come confetti a un matrimonio se ne stavano di sopra in cucina a mangiare incuranti del pericolo e avevano strani simboli cuciti sulle spalle: due grandi esse maiuscole(65).
Prima potevamo andare, poi c'hanno fatto rimanere e hanno voluto qui'(66) lenzuolo. Che vorr dire quel lenzuolo?
E mentre il cielo sembrava rompersi a pezzi come un piano d'alabastro e cadere sulla terra, Carlo si alz risoluto, e preso coraggio disse con voce ferma, come per impartire un ordine: Basta mangiare, bisogna andare nella cantina di Badia, qui  troppo pericoloso!
S'avvi verso la porta, ma prima che potesse toccarla questa si spalanc e i tedeschi per cui avevano cucinato la cena entrarono con i mitra spianati.
Fuori! Fuori! Nel bosco! urlarono, e iniziarono a spingerli senza complimenti. Non erano pi in quattro, altri si erano uniti a loro sbucando come dal nulla.
Arrivarono verso sera. Ero una bambina ma lo ricordo chiaramente. Come un branco di lupi affamati, con gli occhi rossi di bragia(67) e la bava alla bocca, calarono fino a noi dalle colline scure o risalirono dal borro fino alla casa. Armati fino ai denti, con le esse maiuscole sulla manica. Li ricordo come fosse adesso.
Ripensandoci in seguito dicemmo che avevano facce da delinquenti, da assassini. Ma fino ad allora erano solo un gruppo di ragazzi e di uomini maleducati e arroganti che ti entrano in casa e pretendono questo e quello. Vollero un panno, scelsero un grande lenzuolo bianco e lo tesero alla finestra pi alta in modo che fosse visibile dal comando di Fabbrica.
Quando ci rendemmo conto delle loro intenzioni e sapemmo cosa avevano fatto quei loro volti brutali e stanchi, quegli uomini divennero per noi l'incarnazione del male assoluto. Mostri, creature dell'inferno, disumane e surreali.
Io stessa non ne ho potuto fare a meno. Ho detto: facce da delinquenti, assassini, lupi feroci con gli occhi di bragia.  vero, eppure so che in questa descrizione c' qualcosa di profondamente sbagliato. Sar anche vero che i cattivi sono sempre terribili e la loro malvagia follia li trasfigura(68), ma questa verit  un'inutile quanto comoda scappatoia.
Rammento fra loro un giovane biondo, bello pur nella sua stanchezza, dai lineamenti dolci come l'angelo della morte. Lo guardai a lungo mentre mi strappava via dalle braccia di mio padre inveendo contro di me e mi chiesi come potesse un ragazzo cos bello essere cos rude e spietato.
Quando parlo di mio padre parlo dell'uomo migliore del mondo, e gli altri contadini erano ingenui e buoni come capretti pronti per l'altare sacrificale. Divennero eroi della resistenza, trasfigurati e resi eterei(69) come angeli dalle parole del sindaco e delle istituzioni.
 vero, erano brava gente, ma anche questo non  giusto. Cos facendo i primi divengono mostri con i quali non abbiamo nulla in comune, quasi vittime essi stessi del proprio destino e i secondi, i nostri cari, divengono eroi, angeli, predestinati, gi consegnati al cielo e dimentichi della loro vita di uomini, dei loro amori, dei loro umori, dei loro piccoli errori. In questo modo noi non abbiamo pi nulla a che fare con loro, n con le vittime, n con i carnefici, e la parola destino affiora alle labbra. Ogni ruolo  coperto e la tragedia si compie con il pubblico che assiste nel caldo delle poltrone della sala.
 un gioco spontaneo, naturale, che mi irrita fino alla nausea e non serve a nessuno.
No! Per quanto orrore ci faccia, per quanto sia insopportabile questo pensiero, i carnefice le vittime erano uomini e donne, come me. Ci che fecero e che subirono  ci che anche noi potremmo fare e subire. Questo dovremmo aver sempre presente nel suo lucido, terrificante chiarore, il gioco dei buoni e dei cattivi ci mette al riparo da una domanda terribile: Sarebbe potuto capitare a me. Cosa avrei fatto al loro posto?
 facile rispondere immedesimandosi nelle vittime, impossibile rispondere facendo lo stesso con i carnefici. Tanto vale togliersi il dubbio trasformandoli in bestie e salvaguardarci dal senso di vuoto sgomento(70) che ci provoca questa domanda.
Quella sera di sessantanni fa ero una bambina impaurita in braccio alla mia mamma che veniva spinta gi dentro il folto di un bosco insieme ad altre donne e altri uomini supplicanti, piangenti, in una notte d'inferno in cui il cielo vomitava fuoco e lapilli di lava.
Quante volte ho desiderato che mi avessero ucciso, che tutto fosse finito quella sera anche per me. E invece no! Debbo alzarmi tutti i giorni con la certezza che altrove nel mondo in ogni attimo che io vivo e respiro c' un altro bambino o un'altra bambina che in braccio a sua madre o peggio ancora, senza alcun conforto, viene spinto gi nel folto di un bosco, o nell'angolo buio di una stanza, da qualcuno che intende rubargli l'infanzia, la gioia, la vita a venire.
Giungemmo alla fine in uno spiazzo nel bosco,
Mia zia Sandra aveva ventanni e ferma vicino al nonno gli domand: Babbo, che ci ammazzeranno?
Quasi rassegnato, come un giocatore in prossimit di perdere la sua partita, le disse: Eh Sandrina, mi garbano(71) poco, ho paura proprio che ci ammazzino.
I tedeschi si parlarono fra loro, forse fu in quell'attimo che decisero di risparmiare le donne e i bambini.
Donne e bambini, via! gridarono.
Io ero in braccio a mio padre, lo stringevo forte, disperatamente, come avessi voluto fargli da scudo.
Uno di quegli uomini mi prese per un braccio rudemente e mi butt per terra con uno strattone, mia zia mi raccolse in lacrime mentre la paura mi soffocava impedendomi perfino di piangere.
Urlavo: Babbo! Babbo, non mi lasciare.
Donne e bambini via! ma mia madre era battagliera, abbracci mio padre e non voleva lasciarlo e allora un tedesco, uno giovane, stringendo i denti di rabbia la colp con il calcio del fucile nella schiena pi volte, costringendola a mollare la presa e staccandola a forza da lui.
Marcella, un'altra delle bambine di Pratale come me, sent dire in perfetto italiano a uno di quegli uomini: Voi amate gli americani, ma non li vedrete!
Un tedesco con la pistola ci fece segno di andare e in fila indiana ci inoltrammo gi per un sentiero nel bosco. Con noi avevano risparmiato anche Maurizio, un anziano scheletrico che procedeva a fatica tenendo in braccio il figlio Dino, un giovane di vent'anni ammalato di tifo, con la febbre alta.
Sua moglie scivol, cadde nel fiume e picchi la testa, il marito dovette fermarsi e adagiare a terra il figlio febbricitante che portava in braccio per soccorrerla. Fra lamenti, pianti e singhiozzi giungemmo in prossimit di uno spiazzo nel bosco fitto e irto(72) di rovi e vitalbe(73), il tedesco ci disse di non muoverci di l e, mostrandoci la pistola come per farci intendere cosa ci sarebbe accaduto se non avessimo obbedito, si allontan.
Cos, in quel borro di spine e di lamenti, nel piccolo capanno del Sardella, inizi quella interminabile notte, la pi lunga che abbia mai vissuto. La notte pi lunga di ogni altra notte a venire. Quella notte dormii poco o niente, ma se lo feci so che mi addormentai bambina e mi risvegliai vecchia.
Fra il fragore delle cannonate a mia madre sembr di sentire uno sparo, ma le altre donne la rassicurarono, che le doveva solo esser sembrato. Abbracciata a mia madre, piansi tutta la notte, insieme alle altre donne, sotto il cielo infiammato, avendo per ossessiva, straziante compagnia, il delirio di febbre del giovane malato di tifo che chiedeva inutilmente e continuamente da bere. Sua madre lo accudiva disperata e impotente, con il sangue che le colava dalla ferita alla testa. L'ho pensato tante volte: sarebbe stato meglio per tutti noi non rivedere pi l'alba.
Le donne e le bambine si erano gi allontanate scomparendo nel bosco, sotto la minaccia del tedesco che le conduceva. Si sentivano
ancora le loro voci disperate, i singhiozzi coperti dal fragore delle bombe.
Nella concitazione e nell'agitazione del momento Carlo guard il cielo infuocato e poi scrut uno a uno quegli uomini che adesso cercavano di disporli in fila con colpi rabbiosi del calcio del fucile. Non gli importava di morire, non pensava pi a se stesso. La partita era chiusa, ci sarebbe voluto un miracolo. Inaspettatamente, all'ultimo momento, quando si sentiva gi in salvo, la fiera che lo seguiva silenziosa appostandosi a ogni passo dietro la folta foresta del suo vivere, era scattata in avanti e ora risoluta spalancava le sue fauci per finirlo.
Uno sfinimento antico gli lavava le membra sotto i vestiti, come se qualcuno vi stesse versando dell'acqua fredda. Strinse a s Giuliano, come per proteggerlo. Era ancora un ragazzo, non era andato al fronte, neanche la pleurite l'aveva ucciso e allora lei aveva deciso di venire a prenderselo di persona. Come se quel figlio rappresentasse gli interessi da pagare per gli anni in cui lui le era sfuggito.
Gli occhi lucidi di quegli uomini, le domande, i singhiozzi e nel buio altre mani che si intrecciavano con le loro: quelle dei Gori e dei Cresti che si stringevano intorno ai due uomini, un tentativo istintivo di proteggersi gli uni con gli altri. Mentre i tedeschi caricavano l'arma, Giovanni Raspollini, un ragazzo di vent'anni, lesto come una lepre si stacc dal gruppo e prese a correre tuffandosi fra i cespugli e gli alberi che avevano dietro le spalle. Quelli gli urlarono dietro e qualcuno fra loro fece per inseguirlo, ma oramai era troppo tardi.
 stato svelto, furbo, almeno lui si  salvato, pensarono gli altri, quasi rimpiangendo di non aver avuto la stessa ispirazione. Fu un pensiero di pochi secondi, mescolato alla paura della fine che sovviene e al tremore delle gambe oramai paralizzate da
quell'assurda situazione. Fu una speranza, fu come se anche un pezzo della loro vita fuggisse via per mettersi in salvo con quel ragazzo; ma fu subito stroncata dal rumore nitido di uno sparo che proveniva proprio dalla direzione in cui era fuggito.
Non fecero in tempo a pensare nient'altro, ci fu appena modo di iniziare a mormorare una preghiera e si strinsero ancora pi disperatamente, come conigli in una gabbia quando dall'alto cala la mano del contadino per sceglierne uno.
Ci fu un ordine? Oppure nemmeno quello? Una scarica di colpi piovve su di loro e poi un'altra e un'altra ancora, con un gesto sadico(74), appagante, folle. Un tentativo di uccidere ogni cosa, di far sparire quel mucchio di contadini, di spappolarlo, polverizzarlo, annientarlo, in modo che non ne rimasse alcuna traccia.
I colpi acuminati, lunghi e massicci come dardi(75) roventi, traversarono i corpi, penetrarono nei volti di quegli uomini, frantumarono le dita, le teste e gli arti che mantenevano unito quel groviglio di creature e andarono in grande numero a conficcarsi nelle grandi querce che avevano alle spalle.
Mai pi grano da mietere, fichi da mordere, donne da amare, bimbi da crescere. Niente pi sogni, n dolori. Niente di niente.
Forse qualcuno di quei ragazzi rise soddisfatto del bel lavoro eseguito e poi li separarono a forza e iniziarono a frugare loro nelle tasche.
Un orologio! il biondino lo alz per mostrarlo soddisfatto agli altri e poi trovarono i portafogli, con i risparmi delle famiglie che i capoccia si erano portati con loro. Li svuotarono quasi increduli
di trovarvi dei soldi e li rigettarono vuoti sopra i cadaveri. Ce n'era abbastanza per fare un regalo alla moglie o alla fidanzata, se solo avessero trovato un luogo dove ancora si poteva comprare qualcosa sulla via del ritorno.
Ci sono tanti modi di commettere un delitto.
Io li vedo alle volte nelle mie notti insonni. Sono in due, perch uno da solo non ce l'avrebbe potuta fare, e probabilmente c' qualcun'altro che comanda e guida l'operazione. Un capufficio scrupoloso?
Forse si tratta di una soffitta del ministero, o di un'ala del palazzo impolverata e abbandonata, con vecchi uffici che nessuno pi usa.
Semplicemente, nella mia visione, ci sono due impiegati in manica di camicia che voltano verso un muro un armadio, si scuotono le mani sbattendole l'una sull'altra ed escono dalla stanza tornando al loro lavoro.
Un armadio voltato verso un muro, come un volto di legno scuro che si rifiuta di guardare in faccia la storia e di farci i conti. L'ho sentito alla televisione tempo fa: hanno ritrovato questo armadio, ci sono sepolti i fascicoli sulle stragi nazifasciste. L'Armadio della vergogna l'hanno chiamato.
Non ho potuto fare a meno di chiedermi se fra quelle carte ci fosse qualcosa anche su mio padre e mio nonno, per un attimo ho creduto che potessero esserci anche i nomi dei loro assassini, l'inutile accorata denuncia che fecero mia madre e le altre donne, qualcosa che parlasse di Pratale.
Forse  stato un peccato d'orgoglio chiederselo. I miei non sono morti in una strage importante come Stazzema o le Fosse Ardeatine. Quella sera nel bosco morirono in dodici ed erano solo dei contadini.
Dopo tutti quei morti, dopo la guerra e le distese di croci bianche che si  lasciata alle spalle, chi vuoi che pensi a dodici contadini. Sono morti e basta, una fatalit, cose che succedono in tempo di guerra.
Eppure ci ho pensato tante volte in tutti questi anni. Ho fatto il conto degli anni che potrebbero avere i nostri assassini. Che cosa avranno fatto delle loro vite, come avranno vissuto in tutti questi anni?
Ho visto in televisione un anziano signore che rientrava in casa per sfuggire ai giornalisti e agitava le forbici con le quali, fino a pochi attimi prima del loro arrivo, stava potando le rose.
Un giardino curato a Monaco? Le notti quiete di chi sa di aver fatto il proprio dovere di ufficiale e mostra le medaglie e i riconoscimenti agli amici durante il poker settimanale? Dei nipoti da andare a prendere a scuola perch il proprio figlio lavora? Oppure, chiss, anche solo un po' di rimorso? Che so io: delle urla che ti svegliano in sogno? Dei volti increduli che ti guardano quando chiudi le palpebre impedendoti di prender sonno?
A volte penso che basterebbe questo, questo filo sottile che lega la loro esistenza alla mia a rendermi capace, nonostante tutto, di perdonare.
Non il pentimento badate, ma solo quel filo, quella presenza.
 doloroso pensare che per loro ci che ha condizionato tutta la nostra vita possa essere solo un istante fra gli altri, del quale non hanno conservato nessuna memoria.
Fra un po'far giorno. Scorgo oltre il vetro il buio farsi meno intenso, come se qualcuno, lentamente, avesse preso a versarvi del latte. Quando torn il giorno, mia madre e le altre donne adulte ritornano indietro di corsa ansiose di sapere cosa fosse successo ai loro uomini.
Io, Marcella e Sandra, rimanemmo al rifugio ad aspettarle.
Per primo trovarono Giovanni. Poco pi di un ragazzo, era l disteso, con le braccia larghe come un cristo in croce e le foglie fra i capelli: aveva il volto di un angelo e il petto inzuppato di sangue, il tedesco che ci aveva accompagnato nel folto del bosco oltre il torrente, nel ricongiungersi con gli altri se l'era trovato di fronte ed estratta la pistola gli aveva sparato.
Era un ragazzo come lui, avrebbe potuto lasciarlo andare, fare finta
di nulla, lasciarlo correre via. Nessuno se ne sarebbe accorto. Ma no, lo doveva ammazzare. Quei begli occhi gi colmi di libert, sbarrati come quelli di un uccello trafitto in volo da un colpo inaspettato, facevano male. Ma non c'era tempo di fermarsi a piangerlo, solo sua madre gli si gett addosso urlando. Mia madre e le altre correvano avanti e avanti sempre pi costernate perch quel morto gi faceva loro presagire(76) il peggio. L'idea ci aveva accompagnato per tutta la notte, facendosi certezza, una certezza che avevamo scacciato di continuo come un cattivo pensiero e che riaffacciandosi ogni volta esasperava la nostra disperazione.
Sentendo l'arrivo degli americani avevamo ripreso speranza, ci eravamo illuse di trovare i nostri uomini sani e salvi ad aspettarci. Magari li avevano bastonati, o costretti a fare chiss quale umiliante e massacrante lavoro, ma certo, certo, doveva essere cos... non era gi successo una volta? Non poteva essere andata che cos. Doveva essere andata cos...
Gli uccelli avevano ripreso a cantare nascosti fra i rami degli alberi; un cicaleccio allegro e frivolo salutava il nuovo giorno promettendo una felicit nuova.
Era la stessa felicit della gente di Badia che accoglieva gli americani liberatori e urlava di contentezza per lo scampato pericolo: un'eco che si percepiva appena dal borro nel quale avanzavano le donne camminando svelte, quasi correndo, con il cuore in gola, ripercorrendo a ritroso il tragitto della notte prima.
Avevano gi incontrato il cadavere del giovane Raspollini e adesso correvano ancora pi forte, incuranti dei rami che gli sbattevano sul volto, riprendendo fiato a fatica e difendendosi appena gli occhi con le mani. Correvano e pregavano sperando di giungere l dove si
erano separate dai loro uomini e di non trovarvi nulla. Meglio ancora sarebbe stato sentire le loro voci che procedendo verso di loro le chiamavano preoccupati.
Ada!
Tosca!
Sarebbe stato bello abbracciarli l sul quel viottolo e baciarli di fronte a tutti, una volta tanto senza pudore alcuno: come due secchi colmi d'acqua che cozzandosi trabocchino l'uno nell'altro.
C'erano quasi, facendosi forza l'un l'altra penetrarono nel piccolo spiazzo e si guardarono attorno.
Nonostante l'enormit del dolore provato nessuna pazzia le soccorse; nessun delirio offusc la loro vista. Delle urla di rabbia e di disperazione si levarono verso il cielo indifferente e limpido di quella mattina; gli uccelli smisero di chioccolare(79) per un istante. Levati gli occhi al cielo le chiome delle querce presero a girare nelle loro teste, e tutte caddero in ginocchio coprendosi il volto con le mani di fronte a quell'ammasso di corpi scempiati che era impossibile guardare.
Intanto su a Badia e a Fabbrica, si sentiva ancora cantare e ridere. Erano state aperte le cantine per dar fondo al vino che si era salvato dal passaggio dei tedeschi: la guerra era finita, il fronte era passato, si voltava pagina.
Eccola!  l'alba. Sale piano piano in questa stagione il chiarore del nuovo giorno ed investe il comodino con una lama di luce, sempre nel medesimo punto. Francesco, guidato dal suo istinto di contadino inizia a rigirarsi nel letto; fra un po' si sveglier, esattamente alla sua ora, come ogni mattina.
Sul vetro della finestra mi sembra di rivedere, in un gioco illusorio di luci e di ombre, il volto di mia madre. No. Non un volto qualsiasi, ma proprio l'espressione che aveva quella mattina, quando torn dal borro di Pratale.
Non ci fu bisogno che mi dicesse nulla; mi bast il suo volto colmo di piet come quello della vergine sul monte del calvario. Capii, capii e iniziai a piangere. Piano, piano, sommessamente. Un attimo prima avevo tutto e adesso non avevo pi nulla. Anche mia zia piangeva. Ci abbracciammo.
Li hanno uccisi tutti. Tutti... tutti ci sussurr fra i singhiozzi.
Ma non c'era tempo.
Ci accodammo a quella processione di vedove e di orfane piangenti. Seguite dal vecchio con in braccio il figlio febbricitante e la moglie disperata per l'altro figlio che le avevano ucciso, raggiungemmo Badia.
Tutti ci accolsero festanti, ma i loro volti impallidirono di fronte alla nostra disperazione. Dei soldati neozelandesi si fecero avanti e vollero sapere; nonostante il pericolo per i tedeschi che ancora tenevano Fabbrica e si vedevano in lontananza intenti a prepararsi per fronteggiare l'ultimo attacco, decisero di andare a vedere.
Solo due giorni dopo, il marted, alcuni uomini andarono a prendere i corpi con due carri tirati dai quattro buoi che i tedeschi avevano lasciato ai Gori e ai Cresti.
Fecero in modo che noi bambini non li vedessimo, ma da l a un mese, quando ritornai con la mamma sul luogo della tragedia, c'era l'erba alta solo nei punti in cui loro si erano dissanguati. Una sorta di visione d'erba, di calco verde che restituiva ai nostri occhi l'enormit della scena.
Sul fondo, le querce, all'altezza della testa, erano tempestate di fori grossi come dita: una miriade di fori, come fossero state assalite da una colonia di tarli giganti.
Quando anni dopo decidemmo di spostarli dal cimitero e li levarono di sottoterra, il custode rimase meravigliato da quegli scheletri senza testa.
Le ossa del cranio erano ridotte a piccole schegge, come un vaso rotto da ricomporre.
Mai trovato nessuno straziato cos ci disse, e rovesci un barattolo di latta sul tavolo del suo bugigattolo di fronte a me e mia madre. Era colmo di olive scure e terrose che cadendo sul tavolo crepitarono rivelando la loro natura metallica.
Le ogive(78) dei proiettili ci spieg dispiaciuto.
Io e mia madre uscimmo coprendoci il volto con le mani.

Note.
60. mugghio, rumore cupo e fragoroso.
61. deflagrazione, scoppio violento.
62. Nicht, "no".
63. guten, "buoni".
64. Nein! Viel grsser!, "No! Molto pi grande!".
65. due grandi esse maiuscole, ovvero la sigla SS, che sta per Schutz-Staffel, reparti speciali dell'esercito nazista.
66. qui', quel
67. bragia, brace.
68. trasfigura, trasforma.
69. eterei, incorporei, celesti.
70. sgomento, smarrimento, angoscia.
71. garbano, piacciono.
72. irto, ispido e pungente.
73. vitalbe, piante rampicanti.
74. sadico, crudele.
75. dardi, frecce.
76. presagire, intuire.
77. chioccolare, fischiare.
78. ogive, in balistica, le punte dei proiettili costruite per favorire la penetrazione aerodinamica.
...
.
...
CAPITOLO 8.
...
.
...
Pover e donne!
Eh, gi, puoi dirlo forte,
Ora non ci dovrebbe essere pi pericolo, bisogna andare a levarli di l e portarli al cimitero.
Con questo caldo e con quant' che ci sono, puzzeranno. Prendiamo dei fazzoletti altrimenti non ci si fa.
I due uomini non sapevano trovare la strada, combattuti fra la piet e il ribrezzo(79). Come Giuseppe di Arimatea(80), anche Elio sentiva che quei corpi non potevano essere abbandonati, che occorreva averne piet.
Con suo fratello per poco non erano caduti in quella trappola anche loro e per questo motivo si sentiva miracolato. Pens che un angelo dovesse averlo riscosso due sere prima, al momento di scegliere se andare a Badia o a Pratale.
Andiamo a Pratale! aveva insitito suo fratello. Ci sono i Gori, i Lotti, andiamo l anche noi!
Avevano quasi litigato, ma, chiss perch, lui non aveva voluto saperne di andare a Pratale.
No, si va a Badia! gli aveva detto risoluto, facendo valere il fatto di essere il fratello maggiore.
A Badia c'era forse una ragazza che sperava di incontrare o di scorgere? Era la prospettiva di trovare del buon vino che l'aveva fatto impuntare? No, niente di tutto questo. Ci ripensava e non riusciva a trovare un solo motivo che giustificasse quella sua ostinazione, quella predilezione improvvisa per Badia.
Anche per questo sentiva che toccava a lui seppellire quella povera gente, quella brava gente che gli aveva sempre voluto bene.
Si consultarono con le donne e si avviarono verso la stalla per attaccare i quattro buoi regalati dai tedeschi a due carri.
Si incamminarono con le bestie, lui, suo fratello, Adorno Sardelli e altri contadini insieme a dei soldati neozelandesi, spinti anch'essi dalla medesima piet.
All'ultimo istante il prete della parrocchia di Badia insistette per unirsi al gruppo, dal momento che ci sarebbe stato bisogno di dispensare una benedizione a quei poveretti sul luogo della strage.
Ancor prima di vederli sentirono l'odore insopportabile che iniziava a spandersi nell'aria. Si legarono stretti il fazzoletto intorno alla bocca e al naso.
Le mosche impazzite, verdi come smeraldi e grigie come tizzi di cenere spenta, banchettavano su quei corpi ronzando rumorosamente.
Occorreva farsi forza. Prendere fiato a tre quattro passi di distanza e poi gettarsi su quei corpi oscenamente disfatti e tirarli su
velocemente, senza respirare, per impedire al fetore(81) di assalirti lo stomaco e rigirartelo come un calzino.
Lui e suo fratello ne caricarono sette, senza dire nulla, con la bocca stretta, le gambe tremanti e gli occhi increduli. Con gli occhi si davano il tempo e li issavano sul carro. Con gli occhi si raccontavano a vicenda l'incredulit di quell'orrore.
Dio santo! Dio santo! si ripetevano mille volte nella testa maledicendo il destino infame.
Poi voltarono il carro stracolmo d'orrore, con le bestie che scostavano il muso e mugghiavano infastidite esse stesse da quel massacro e dal tanfo amplificato dal caldo asfissiante di quel pomeriggio di luglio.
Gli altri caricateli voi! disse Elio sputando a pi non posso in terra per togliersi quel sapore tremendo che gli raschiava in gola.
Noi non ci si fa pi. Bisogna bever qualcosa!
Davvero occorreva che bevesse, e se non ci fosse stato da lavorare ancora, avrebbe voluto bere e bere, fino a stordirsi: per dimenticare quel che gli era toccato di vedere.
Dopo bevuto, ritornarono verso gli altri che avevano finito di caricare i cinque morti rimasti sull'altro carro. Coprirono il tutto un po' alla meglio con dei lenzuoli.
Tornati sulla strada, mentre si avviavano sotto il sole cocente verso il cimitero di Badia videro Sandra che correva loro dietro nel tentativo di raggiungerli. Si fermarono ad attenderla, la ragazza era corsa fino a Pratale a prendere i vestiti buoni del fratello e del padre.
In tutti i modi Elio e gli altri avevano tentato di dissuaderla, di
spiegarle l'inutilit della cosa. Sarebbe stato impossibile vestirli. Ma lei era fuori di s, sragionava: I loro vestiti nuovi. I loro vestiti nuovi!
Non avevano saputo dirle di no. Cos li avevano presi con loro, con cura li avevano piegati e poggiati sul carro. Poi li avrebbero appoggiati sui corpi, come un bagaglio, un cambio improbabile e dignitoso per l'ultimo viaggio. Una camicia pulita da mettersi prima di presentarsi al cospetto del padre eterno.
Quando sfilarono sotto le ultime case di Badia, la moglie di Adorno e altre donne uscirono di casa in preda all'angoscia e alla curiosit di vedere quel massacro, come se vederlo fosse stato l'unico modo di poterci credere.
Scostarono il lenzuolo facendosi rapide il segno della croce.
Si coprirono il volto con le mani e subito indietreggiarono e lo distolsero inorridite prendendo a recitare una preghiera. Una di loro dovette essere sorretta dalle altre perch aveva sentito il fiato che l'abbandonava e le gambe che le cedevano.
Ma non erano le uniche a vedere quell'orrendo spettacolo. Sopra le loro teste c'era un grande terrazzo, nessuno degli uomini si avvide del bambinetto che, udita la voce di suo padre si era affacciato per guardare gi in strada, il volto paffuto incorniciato dalla ringhiera verde, gli occhi grandi e innocenti che si muovevano in cerca della figura paterna. Eccolo! Eccolo l che guidava i buoi e dietro di lui le donne e la mamma. Stava per chiamare babbo, come fanno i bambini, ma si ferm stupefatto. La mamma. Perch piangeva la mamma?
Ancora un istante, gli occhi indietreggiarono in cerca di un'immagine che aveva solo intravisto sorvolando la scena in cerca di lei. Si soffermavano su quegli uomini distesi sul carro, su tutto quel
sangue nero, il suo cuore prese a battere pi rapido, mentre dalla sua retina, quell'immagine di morte e di sventura, andava ad imprimersi come un marchio arroventato, nella materia molle dei suoi ricordi e vi si stampava, friggeva rendendo calloso e inossidabile(82) quel ricordo di bambino, quell'immagine nitida e perfetta che non l'avrebbe mai pi abbandonato negli anni a venire.
Poi le donne ricoprirono quei corpi e il carro riprese l'aire(83) guidato da suo padre che teneva i buoi per la cavezza.
Salirono, sulla strada bianca profumata di fieno, inseguiti da sciami di mosche affamate che punteggiavano di nero il bianco lino delle lenzuola.
Fu a questo punto che Elio ricorda di essersi voltato e di aver visto il Farinaio nel bosco che li seguiva a una certa distanza, camminando avanti e indietro come un lupo affamato che guardi un branco di pecore.
Eccolo! disse indicandolo agli altri uomini. Eccolo l il responsabile, ecco di chi  la colpa!
Ma i neozelandesi erano tornati indietro dal luogo della strage, e loro, cos da soli... si sono mai viste delle pecore che attacchino un lupo? Neanche nella memoria questo poteva accadere.
Forse fu solo un'ombra, un gioco crudele del destino, il fantasma di un sospetto che si allung verso di loro nell'ora del crepuscolo di quelle vite.
La strada lunga e bianca non finiva ancora e nel caldo di quel giorno di fine luglio gi le punte nere dei cipressi del cimitero di Badia si scorgevano in lontananza, come un lugubre(84) richiamo.
Ci siamo, ci siamo, il cielo oltre il vetro sta rischiarando come una trina(85), il sole ancora timido e ceruleo(86) si solleva piano sulle cose. Presto il suo calore asciugher la rugiada della notte facendola scomparire a poco a poco dai fili d'erba, dalle foglie e dalle spine dei rovi. Anche l'umido marmo delle tombe lo sentir arrivare, come una consolazione.
Arriv lo zio Emilio, il fratello del nonno, non appena seppe della tragedia. Venne con la bicicletta da Grassina e ci trov in una stanzetta che il conte, attonito e stravolto dalla perdita della moglie, ci aveva messo a disposizione ora che era tornato.
Con la bocca contratta per il disappunto lo zio ci abbracci scoppiando a piangere insieme a noi per la disperazione di aver perduto un fratello e un nipote cos malamente.
Poi sal su alla villa per parlare con il conte.
Trov un uomo anziano, completamente diverso da quello che aveva visto un tempo. Questi lo ascolt paziente, seduto sulla sua poltrona.
Quelle donne sono sole e non hanno un tetto sulla testa, la loro casa l'hanno minata e non l'hanno fatta saltare, ma le cannonate l'hanno scoperchiata. Come si pu fare?
il conte lo guard. Riflett un poco lisciandosi i baffi con lo sguardo assente e indifferente, e poi disse: Scoperchiate tutte le capanne e con le tegole ricoprite il loro tetto.
E cos mio zio veniva la mattina in bicicletta e lavorava da solo tutto il giorno a scoperchiare le capanne. Una tegola alla volta, su e gi, finch non ne ebbe abbastanza per ricoprirci il tetto della casa.
Mossi a compassione per la nostra sciagura vennero da tutte le parti ad aiutarci a segare il grano che era ancora nel campo.
Andammo avanti cos, senza una lira. Con la nostra parte di farina e il lavoro del ricamo. Mia madre ricamava notte e giorno. Poi prese la pleurite e anche con la febbre seguit a ricamare a lume di candela.
Io tornavo da scuola e mi mettevo a fare l'orlo a gigliuccio(87) alle tovaglie che lei ricamava.
Quando la sua tosse divenne troppo forte e la febbre continu a salire, il dottore disse che ci voleva la penicillina.
Sandra lavava e stirava ai militari americani che erano contenti e la pagavano bene. Ma la penicillina, quella costava davvero troppo ed era difficile da trovare.
Dovemmo chiedere ai parenti e riuscimmo a farle fare un paio di iniezioni. Guar e per anni ed anni seguit a raccontare di quel viaggio verso il cimitero di Badia, con il carro, le mosche, e tutto il resto.
Raccontava di quando il Farinaio, che era scomparso il giorno prima della strage, si par loro davanti e guardando i buoi che tiravano i carri con i dodici poveretti morti, disse: Sarei capace di ammazzarceli qui questi buoi!
O mio Dio! ripeteva, che davvero sia stato lui quella sera ad andare a chiamare i tedeschi?
Mi avvicino al cassettone e riprendo la denuncia che fecero mia madre e le altre vedove, quando fu possibile farla, dieci mesi dopo la tragedia.
I carabinieri di Mercatale chiesero subito informazioni sul Farinaio e trasmisero la denuncia al loro comando della Ginestra e al Comitato di Liberazione Nazionale(88). Anche la moglie dell'uomo scrisse una lettera al Comitato di Liberazione Nazionale presentandolo come un patriota, un antifascista e un partigiano. Chiese un attestato che comprovasse la fede politica del marito; al Comitato ricopiarono pari pari la lettera della moglie che divent il documento da lei stessa richiesto e non avviarono alcuna indagine.
La denuncia  un documento giallo, uno dei tanti fogli inutili che la storia ha seminato nelle case dei vinti e dei vincitori.
Lo rileggo, con la gola che mi duole, mentre gi gli uccelli cinguettano sui bossi(89) e si affannano a costruire i nidi per le uova che verranno.
Lo rileggo spietatamente ed  un modo per rivivere ancora una volta tutta la storia, ancora una volta, prima che venga giorno.

Note.
79. ribrezzo, disgusto, schifo.
80. Giuseppe di Arimatea, nei Vangeli,  colui che depone Ges morto dalla croce e lo mette nella tomba.
81. fetore, puzza, tanfo.
82. calloso e inossidabile, duro e incancellabile.
83. aire, pronunciato "are", andatura.
84. lugubre, funebre, triste.
85. trina, merletto.
86. ceruleo, azzurro chiaro.
87. gigliuccio, tipo di ricamo per orlo.
88. Comitato di Liberazione Nazionale, l'unione dei partiti e dei movimenti politici che coordinava la guerra partigiana.
89. bosso, arbusto tipico dei Paesi mediterranei.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Il lungo dopoguerra dei mancati eroi.
...
.
...
Con il passaggio del fronte e la progressiva liberazione del territorio nazionale si conclude il secondo conflitto mondiale, che si lascia dietro un bilancio drammatico: 330.000 sono i soldati italiani morti sui fronti di guerra, 85.000 le vittime civili, 1.300.000 i prigionieri di guerra, migliaia e migliaia i mutilati e gli invalidi. Si  combattuto ovunque e infine due eserciti stranieri si sono contesi palmo a palmo il territorio italiano lacerandolo con scontri d'artiglieria pesante e bombardamenti che hanno ridotto in cumuli di macerie paesi, citt, linee di comunicazione e infrastrutture. Tre milioni di case sono state completamente distrutte, 30.000 chilometri di strade risultano impraticabili, 8.000 ponti sono stati fatti saltare, non c' quasi pi traccia di 6.500 chilometri di ferrovie, 25 chilometri di gallerie sono interrotti, il 60% delle locomotive  irrimediabilmente danneggiato e il 90% delle carrozze viaggiatori  fuori uso.
...
.
...
1. Le ferite della guerra.
...
.
...
L'Italia  un Paese in ginocchio che dal 1945 al 1954 dovr stringere i denti per affrontare uno dei momenti pi duri e pi significativi della propria storia. Un decennio che si  voluto spesso rimuovere e dimenticare per parlare della Liberazione e subito dopo dei mitici anni Cinquanta, del Piano Marshall, della ricostruzione e del boom economico... L'immediato dopoguerra  invece un periodo fondamentale per comprendere la storia del nostro Paese,  il tempo dei reduci e degli sfollati, della ricerca delle salme, delle mine che straziano i bambini, dei neonati che muoiono per la mancanza di penicillina, delle vendette e delle giustizie sommarie, e soprattutto della fame e della disperazione di chi si ritrova senza niente ad aspettare un figlio, un marito o un fratello che non ritornano, senza sapere cosa dare da mangiare ai propri cari.
Durante il conflitto 1.300.000 soldati italiani, per lo pi fra i venti e trentacinque anni, sono stati fatti prigionieri in ogni parte del globo: 650.000 italiani sono stati catturati dai tedeschi, 630.000 dagli americani, 50.000 dai sovietici, piano piano i reduci cominciano a tornare dai campi di prigionia in Europa, in Africa, in Asia, in America e perfino in Australia. Sono una nazione nella nazione. I soldati italiani catturati dai tedeschi hanno per lo pi rifiutato di tornare a combattere con gli ex alleati o per Sal; nei campi di prigionia hanno sofferto la fame. Di fronte al comune nemico, fra i reticolati, uomini e ragazzi provenienti da tutte le regioni d'Italia si sono affidati alla solidariet, hanno visto morire i propri compagni e scoperto la propria italianit. Sui campi di battaglia, nei campi di prigionia, nelle campagne, nei paesi e nelle citt attraversate dagli eserciti stranieri, uomini, ma anche necessariamente donne e bambini di tutta Italia hanno iniziato a sentirsi italiani, uniti da un comune destino sovraregionale, dimenticando campanilismi e localismi radicati e ancestrali.
...
.
...
2. Il ritorno tardivo dei superstiti.
...
.
...
Al momento del loro ritorno in patria praticato con ogni mezzo, i reduci e i prigionieri liberati ritrovano citt e paesi devastati, famiglie attraversate dalla guerra che vogliono dimenticare. Non sono un esercito di vincitori, n di vinti, difficile  trovare qualcuno disposto ad ascoltare la loro storia, qualcuno che non abbia a sua volta un'altra storia, altrettanto degna di essere raccontata, su cosa  successo alla famiglia o al paese mentre loro erano altrove. Finiti i patimenti, sperano forse di essere accolti a braccia aperte e ascoltati, si ritrovano invece a dover subire un'ulteriore umiliazione. Fatta salva la famiglia, dal resto del Paese sono accolti con freddezza, sospetto, indifferenza e cos non trovano di meglio che riprendere da dove avevano lasciato, ricominciare a darsi da fare per lo pi senza pretendere alcunch.
...
.
...
3. Il difficile dopoguerra delle vedove.
...
.
...
Un dopoguerra ancora pi tragico attende chi aspetta invano il ritorno dei propri uomini e le famiglie di quanti sono stati spietatamente massacrati proprio a pochi giorni dalla Liberazione.  il caso delle vittime di Pratale, una vera e propria strage che in un attimo priva quattro famiglie - i Gori, i Lotti, i Raspollini e i Cresti - di tutti gli uomini "validi", precipitando le donne e gli anziani superstiti nella disperazione e nella povert.  a questo punto che ci si attenderebbe dallo Stato e dalle autorit un qualche aiuto, un po' di considerazione. Ma si tratta di anni difficili per tutti, le vedove e gli orfani non si contano e non passa giorno senza che le mine mietano ancora vittime fra i bambini e fra coloro che tentano di ricominciare a muoversi per i campi e coltivare un po' di terra. Poi, nei decenni successivi, verr il tempo delle medaglie e delle commemorazioni, ma nell'immediato dopoguerra  solo sulle proprie forze e sull'aiuto dei parenti che si pu contare per resistere, per non morire di fame, trovare un posto dove dormire, qualcosa da mangiare per gli orfani, o acquistare una costosissima dose di penicillina per chi si ammala.
Cos, si lamentano ancora nel maggio del 1945 le vedove di Pratale al termine di una denuncia che  anche un'accurata ricostruzione della strage rilasciata ai carabinieri di San Casciano Val di Pesa e trasmessa nei giorni seguenti al CLN:
[...] Accorremmo sul luogo ed uno spettacolo orrendo si present ai nostri occhi. Vedemmo un ammasso di corpi umani imbrattati di sangue. Tutti i nostri dodici uomini componenti le nostre quattro famiglie erano stati fucilati. Impossibile  il descrivere le nostre sofferenze poich sono al di l della comprensione umana. Da allora, causa la perdita degli unici nostri sostegni nella vita, siamo costrette ad assoggettarci ai pi duri lavori per guadagnare un tozzo di pane per noi e le nostre creature. Ma quello che  pi crudele  il dovere constatare il disinteressamento cui siamo state finora oggetto da parte delle autorit comunali dei nostri rispettivi comuni. Noi non chiediamo compassione o carit da nessuno. A noi non fanno paura lavoro e sacrifici, ma chiediamo solo che se abbiamo dei diritti anche perch abbiamo aiutato disinteressatamente i nostri gloriosi partigiani, che questi diritti ci vengano riconosciuti. Siamo delle povere vedove sole ed abbandonate da tutti. Prima di chiudere questa dichiarazione vogliamo richiamare l'attenzione delle Autorit che si occuperanno del nostro caso affinch esse indaghino sulla strana esecuzione dei nostri uomini compiuta senza alcuna spiegazione. Noi da diversi dati di fatto con la coscienza di compiere un atto di giustizia accusiamo il [om/ss/s], come l'istigatore e la spia che indusse i tedeschi a compiere un s nefando delitto.  da notare come il sopradetto, due giorni dopo la liberazione, sia venuto ancora una volta a chiedere il bue minacciando di prenderlo con la forza se non gli fosse stato concesso e di ucciderlo davanti alla casa stessa. Rendiamo inoltre noto che ci sono stati pagati solo tre mesi di sussidio e che non abbiamo avuto aiuti di sorta dagli amministratori delle fattorie cui siamo stati finora mezzadri, ma una di noi  stata perfino messa fuori di casa e costretta a chiedere asilo in casa altrui. In fede di quanto sopra ci sottoscriviamo.
Il medesimo destino tocca ad Argia Salvietti e Maria Teresa Gimignani, rispettivamente la moglie e la figlia di Egidio Gimignani, partigiano decorato ed eroe di San Donato in Poggio, che, dopo essere stato catturato dai
tedeschi il 20 giugno 1944, fu torturato e ucciso per ottenere informazioni sull'ubicazione dei compagni e sui legami con il paese. In un'intervista a me rilasciata nel maggio del 2005 la figlia Maria Teresa racconta lo stato di povert a cui dovettero far fronte lei e la madre nei decenni successivi, senza potersi appellare a nessun tipo di aiuto, n essere informate da alcuno sui propri diritti.
Dopo tornati a casa mancava tutto [...] allora io mi arrangiavo, andavo dai contadini a chiedere il pane, la frutta, quello che mi davano. Praticamente era come chiedere l'elemosina. Ed una volta mi ricordo che andai anche dal sacerdote che a quell'epoca era quass, andai a chiedere il pane. Nello stesso tempo ce n'aveva un'asse piena, pensavo che mi desse almeno un pezzetto di pane, e invece non me lo voleva dare. Arriva la perpetua e gli disse: Ma a questa bambina daglielo, l'ha pi diritto di qualcun altro, gli hanno ammazzato il babbo. Allora poi con lei un pezzettino mi venne dato. Poi andavo anche da altri contadini, chi mi diceva di no, ma la maggioranza me lo davano quasi tutti. E la mamma la s'arrangiava a fare i lavori domestici: lavava i panni alle signore, faceva le faccende...
Nel 1945, quando tutti ricominciavano, diciamo, un'attivit un po' pi normale, la mamma and a servizio a Tavarnelle da una famiglia, mi ricordo si chiamavano Scopetani, ed io fui messa a Firenze in collegio da delle suore, in Borgo Pinti, mi sembra si chiamavano dell'Immacolata Concezione. Infatti son stata l da 13 anni fino a 16. La mamma essendo a servizio come retribuzione, invece di dargli i soldi, siccome il pane era a tessera, gli davano un pane la settimana. E le suore ce ne davano un po' per uno, eravamo con bambine piccine, da tre a sedici anni, il collegio era freddo, duro, ci si lavava ad acqua fredda, c'era i corriddoi freddi, si pativa anche la fame... Rimasi in collegio fino a sedici anni, poi andai a stare insieme a mia madre in una famiglia che avevano tre figli. Poi feci un corso di stenodattilografia in Borgo Pinti per trovare presto un lavoro e lo trovai a San Giusto di Prato. Dovevo alzarmi dimorto [molto] presto la mattina per prendere la CAP [agenzia di pullman]. Arrivavo a San Giusto, orario all'otto e mezzo, e la sera fino alle venti un c'era verso di tornare, ero stanca, mi arrangiavo il giorno a mangiare un panino, ero stanca... ho seguitato per diverso tempo, poi ho cambiato tanti altri lavori, da notai, avvocati. Mia mamma  stata a lavorare
da questa famiglia ma di riconoscimento non ha avuto niente n come vedova di guerra ed io come riconoscimento l'ho avuto a 51 anni come orfana di guerra dopo tutte le domande, ma dopo aver lavorato da tanti posti, da notai, avvocati, sfruttata, senza esser segnata n niente, e cos... Poi si trov una stanza, mi ricordo la prima  stata in via Della Chiesa, si trov una camera con uso di cucina, a met con altre persone, e cos si cominci a riunirsi un po'...
...
.
...
4. La fatica della memoria.
...
.
...
Il nostro si dimostra cos un Paese desideroso di dimenticare; da l a pochi anni si passer dal lavatoio alla lavatrice, arriveranno la plastica e la televisione, le minigonne e i capelli lunghi. Crescer una generazione che della guerra ha solo sentito parlare dai genitori o dai nonni. Certo, nelle cerimonie pubbliche si continuer a portare avanti il mito resistenziale. Semplici contadini, padri di famiglia, ragazzi che, combattendo contro i tedeschi, hanno trovato la morte saranno trasformati cos in martiri dalla retorica degli oratori. In questo modo, per, essi diventeranno spesso semplici icone da dimenticare, eroi disumanizzati. Nessuno sembra avvedersi che dietro a questi morti passano inosservate altre storie, le vite silenziose dei figli e dei famigliari di quegli eroi, protagonisti di un lungo dopoguerra, di un'altra resistenza, di sacrifici e privazioni per riconquistare la propria dignit di uomini e di cittadini in seno a un'Italia che si dimostra spesso distratta e impietosa, ma anche, miracolosamente, capace di uscire da ventanni di dittatura e di pensiero unico con un'energia e una forza rinnovate, facendo perno su valori inalterati, legati alla famiglia, alla solidariet, alla civilt contadina e rurale. Gli italiani si scoprono un popolo colmo di risorse e di strategie, ancorato a valori che li rendono capaci di affrontare il futuro e la storia, di accettare il nuovo quasi come se il ventennio di barbarie che si lasciano alle spalle non fosse mai esistito.
Fabrizio Silei.
...
.
...
Le azioni tedesche contro i civili (1943-1945)
...
.
...
1. Le vittime.
...
.
...
La carta seguente mostra solo dieci delle altre quattrocento stragi compiute dai tedeschi in Italia nel biennio 1943-1945.
Vinca (24-26/8/1944) 174 vittime
Monchio, Susano, Costrignano (18/3/1944) 130 vittime
Boves (19/9/1943) 23 vittime
Marzabotto (29/9-5/10/1944) 770 vittime
Casteldelci (7/4/1944) 30 vittime
Sant Anna di Stazzema (12/8/1944) 560 vittime
Fucecchio (23/8/1944) 179 vittime
Civitella della Chiana (29/6/1944) 173 vittime
Fosse Ardeatine (24/3/1944) 335 vittime
Caiazzo (13/10/1943) 22 vittime
...
.
...
2. I dati.
...
.
...
Tra l'8 settembre 1943 (data dell'armistizio) e il 25 aprile 1945 (data della Liberazione) si calcola che sul territorio italiano ci siano stati pi di quattrocento massacri di civili perpetrati non solo dalle SS, ma anche da reparti regolari dell'esercito tedesco (Wermacht) e con coinvolgimento di milizie e collaboratori fascisti. In quei venti mesi furono uccise almeno 10.000 (forse 15.000) persone tra uomini, donne e bambini; in questo numero sono esclusi i partigiani e i militari uccisi dopo il 18 settembre, nonch gli ebrei italiani morti nello stesso periodo. Una popolazione inerme dovette subire la violenza implacabile di una guerra non pi solo rivolta verso obiettivi militari strategici ma indirizzata contro la popolazione stessa. Il territorio della penisola italiana conobbe cos una lunga scia di sangue e il tragico primato, con Marzabotto, della pi grave strage di civili dell'Europa occidentale occupata.
I massacri di civili non si concludono con il 25 aprile 1945: in Italia la guerra si avvia al termine con l'insurrezione e la liberazione di Milano, ma le truppe tedesche, durante la ritirata, continueranno a commettere efferatezze contro la popolazione civile nel Nord del Paese fino ai primi giorni di maggio.
...
.
...
3. Gli eventi.
...
.
...
Dopo l'armistizio di Cassibile (8 settembre 1943), l'esercito tedesco di stanza in Italia si trasforma di colpo in esercito di occupazione. Lo stato prima alleato, l'Italia, e i suoi cittadini sono ora nemici e traditori. La ricostituzione a nord di uno stato fascista con la Repubblica di Sal non impedisce la presenza delle truppe tedesche in qualit di esercito occupante (situazione paradossale per l'Italia definita "alleato occupato").
Nelle settimane che seguono l'armistizio, l'esercito tedesco riceve precise istruzioni su come comportarsi: difendere palmo a palmo il territorio italiano e impedire la risalita delle truppe anglo-americane. In quanto Paese occupato,
verranno applicate le procedure di guerra gi ampiamente codificate e sperimentate nei Paesi dell'Est Europa.  l'inizio della guerra "totale".
La lunga catena di sangue percorre tutta la Penisola, da sud verso nord, per 20 terribili mesi, seguendo gli spostamenti della lenta ritirata della Wermacht.  una guerra che conosce lunghi periodi di stallo, prima sulla Linea Gustav e poi sulla Linea gotica. Ed  proprio a ridosso e nell'entroterra
delle aree in cui si svolgono le operazioni di guerra che avvengono molte delle stragi di civili. In queste zone (il cosiddetto "fronte") la tensione fu sempre altissima. I comandi militari tedeschi potevano procedere da un momento all'altro all'evacuazione della popolazione che era costretta ad abbandonare case, suppellettili, viveri, bestiame.
Oltre alla procedura di sfollamento, la popolazione era sistematicamente soggetta a requisizioni e spesso a saccheggi (le truppe militari dovevano trovare in loco viveri e alloggiamenti), a rastrellamenti di uomini per il lavoro forzato (i tedeschi avevano bisogno della manodopera dei civili per costruire linee difensive) o da usare come ostaggi per le rappresaglie. Qualsiasi rifiuto o negligenza veniva represso con la violenza, spesso con la fucilazione immediata. Quando la pressione si faceva elevata per l'avvicinarsi delle truppe alleate, qualsiasi elemento poteva dar luogo al sospetto di attivit di spionaggio a favore del nemico. La strage di Caiazzo (Caserta, 13 ottobre 1943) ne  un tragico esempio: le luci provenienti da un casolare vennero interpretate da una truppa tedesca, stanziata in zona, come segnali luminosi rivolti agli americani. Ci dar il via a una terribile carneficina, costata la vita a due famiglie di contadini, in totale 22 vittime. Caiazzo si colloca in quel primo teatro di "guerra ai civili" che si venne a creare (immediatamente dopo lo sbarco degli Alleati) in Campania e nel basso Lazio, lungo la Linea Gustav.
A partire dall'autunno del '43 il fronte si sposta lentamente pi a nord, conoscendo mesi di stagnazione che si alternano a settimane di veloci arretramenti delle truppe tedesche. Diverse sono le linee difensive costruite dall'esercito (con il lavoro coatto di civili italiani). Dopo l'abbandono di Roma il 4 giugno 1944, il nuovo fronte si attesta sulla Linea gotica, lungo l'Appennino tosco-emiliano. Nel '45 il fronte si sposta progressivamente sempre pi a nord, fino ai giorni della Liberazione.
...
.
...
4. Le cause.
...
.
...
La volont di mantenere fino all'ultimo le posizioni sul territorio italiano, da un lato, e l'organizzarsi della lotta partigiana, dall'altro, portano il comando tedesco a diramare direttive di guerra sempre pi aspre. Oltre ai rastrellamenti, esse prevedono innanzitutto la rappresaglia, ovvero l'attuazione di devastanti ritorsioni per vendicare ogni attacco. La lotta contro i partigiani si accompagna a violenze diffuse e indiscriminate sui civili. La popolazione viene coinvolta direttamente nella guerra, la distinzione tra combattenti e civili tende a scomparire.
Per impedire la nascita e lo sviluppo di bande partigiane e la possibilit di ribellioni pi generalizzate, vengono attuate le pi drastiche misure repressive secondo un'ottica che alcuni storici definiscono "strategia del terrore". Spesso infatti le violenze sui civili non sono giustificate da effettivi pericoli o non osservanza degli ordini impartiti. Lo scopo non  pi solo togliere ossigeno alla resistenza armata, ma imporre un controllo ferreo del territorio diffondendo la paura tra i civili.
...
.
...
5. Le stragi in Toscana: un caso esemplare.
...
.
...
Tra la primavera e l'estate del '44 in Toscana si consuma un bagno di sangue. In questa regione si contano 3.774 vittime, circa il 30% dei civili uccisi in stragi (azioni con coinvolgimento di 5 o pi vittime) ed eccidi (con 2-4 vittime).
In tutto vi sono state 151 stragi e 63 eccidi, per un totale di 214 episodi di violenza.
Secondo un'analisi, solo il 19,3% degli episodi possono essere spiegati come "rappresaglie" in seguito ad azioni partigiane. L'80% dei massacri di civili, invece, non avviene in risposta a una concreta minaccia. Uomini, donne, bambini perdono la vita in occasione di rastrellamenti, durante
la ritirata aggressiva delle truppe, nel corso di operazioni di controllo del territorio oppure (nel 5% dei casi) senza alcuna ragione. A ci si aggiunge il dato che solo il 44,6% delle vittime censite erano adulti in et per essere adibiti al servizio militare o ai lavori coatti, per il resto si trattava di donne, bambini e anziani.
...
.
...
La strage di Pratale.
...
.
...
1. La ricostruzione dei fatti.
...
.
...
Non fecero in tempo a pensare nient'altro, ci fu appena modo di iniziare a mormorare una preghiera e si strinsero ancor pi disperatamente, come conigli in una gabbia quando dall'alto cala la mano del contadino per sceglierne uno. [...] I colpi acuminati, lunghi e massicci come dardi roventi, traversarono i corpi, penetrarono nei volti di quegli uomini, frantumarono le dita, le teste e gli arti [...]
Mai pi grano da mietere, fichi da mordere, donne da amare, bimbi da crescere. Niente pi sogni, n dolori. Niente di niente.
(F. Silei, Prima che venga giorno)
Nelle notti insonni di Mirella c' un ricordo che si rinnova, incessante come un incubo senza fine. La sera del 23 luglio 1944, in un cascinale tra Pratale e Fabbrica, nel territorio compreso tra i comuni di Tavernelle e San Casciano Val di Pesa, a pochi chilometri da Firenze, la sua famiglia insieme ad alcune altre famiglie contadine sta consumando la cena. Nella zona, i nazisti cercano di contenere l'avanzata degli Alleati dal Sud e di attestarsi lungo l'Arno. Un manipolo di tedeschi entra nell'abitazione, costringe tutti i presenti a uscire, li conduce presso un bosco vicino, fa allontanare le donne e i bambini, e fucila gli uomini.
Dodici. Massacrati - come la prosa di Silei descrive efficacemente -senza piet e senza un'apparente necessit strategica.
Che bisogno c'era?... che bisogno c'era di fare tutto questo male? S'era solo contadini, non si dava fastidio a nessuno si  chiesta finch  vissuta la madre di Mirella, moglie e nuora di due delle vittime.
Il trauma vissuto quel giorno ha segnato drammaticamente la vita di Mirella, determinando un legame profondo - nel segno del dolore - con la madre.
Tra le stragi consumate dai nazisti in Italia nel biennio 1943-1945, la fine tragica di quei dodici abitanti di Pratale era una delle meno conosciute. Dimenticata per diverso tempo, tranne che dai familiari, dagli amici delle vittime e dai superstiti.
Recentemente Francesco Catastini e Fabrizio Silei, con il sostegno delle istituzioni locali, hanno pubblicato lo studio La strage di Pratale. Storia e memoria di una strage dimenticata, che offre una convincente analisi interpretativa della vicenda.
...
.
...
2. Chi erano le vittime?
...
.
...
Le vittime erano essenzialmente contadini. Di questi, dopo la loro morte, otto sono stati indicati come partigiani combattenti: lo storico Catastini si domanda se la qualifica di partigiano combattente possa essere stata attribuita dalla Commissione toscana in forma di "omaggio", di tributo successivo a morti altrimenti prive di giustificazione. Ma altri eccidi avvenuti nel medesimo territorio non hanno meritato lo stesso onore. Quindi la spiegazione pi logica di tale riconoscimento  che almeno alcuni dei caduti fornissero viveri e informazioni ai partigiani e avessero partecipato a qualche azione di sabotaggio, anche se - osserva Silei - sarebbero necessari ulteriori approfondimenti e riscontri.
...
.
...
3. Altri interrogativi.
...
.
...
Altra questione da chiarire: perch i soldati nazisti chiedono a una contadina un lenzuolo bianco da esibire? Una testimonianza riferisce che uno dei tedeschi avrebbe affermato che cos gli Alleati non avrebbero sparato sulla casa (verbale trasmesso ai carabinieri di San Casciano al CLN locale il 28 maggio 1945).
La geografia del luogo e le posizioni dei gruppi armati smentiscono questo dato. Il lenzuolo era molto probabilmente un segnale per il Comando nazista dell'azione in corso nel cascinale.
Quanti erano i tedeschi? Sei o sette, quasi certamente. Non  dato di sapere n il nome n il grado.
Quando ci rendemmo conto delle loro intenzioni e sapemmo cosa avevano fatto quei loro volti brutali e stanchi, quegli uomini divennero per noi l'incarnazione del male assoluto. Mostri, creature dell'inferno, disumane e surreali.
(F. Silei, Prima che venga giorno)
A pi di sessanta anni dalla strage, Mirella non trova pace. Com' stato possibile che dei giovani, certo soliti compiere abusi e violenze, si fossero trasformati in lupi sanguinari? Ma soprattutto: perch?
Il romanzo suggerisce l'ipotesi della delazione di un tipo losco, sospetto fascista, detto "il Farinaio", di cui moglie e figli sono sfollati insieme alle vittime. Un manipolo di tedeschi, di stanza nella zona, ha ricevuto cibo e ospitalit dai contadini: andandosene, i soldati si sdebitano distribuendo loro del bestiame. Il Farinaio trova ingiusta la ripartizione dei capi, in quanto avrebbe voluto essere il solo beneficiario del dono. La delusione scatenerebbe la sua vendetta: egli denuncia ai nazisti i contadini quali aiutanti e informatori dei partigiani.
...
.
...
4. Le interpretazioni sui motivi della strage.
...
.
...
Alla ricostruzione storica, Silei affianca lo strumento dell'indagine sulle fonti orali, intervistando i superstiti. Dalle loro testimonianze si ricavano pochi elementi che attestino un eccidio per rappresaglia: nella zona erano sicuramente morti dei tedeschi, ma non  evidente alcun nesso con le uccisioni di Pratale. L'appartenenza partigiana delle vittime non
 comprovata e, se per alcuni riconosciuta, non  escluso mirasse a far avere alle vedove un risarcimento economico da parte delle istituzioni. Il personaggio dell'informatore, il Farinaio - oggettivamente detestabile, ladro e in familiarit con i tedeschi - ha forza di suggestione narrativa, confermata dallo sguardo torvo con cui l'uomo segue il carro con i corpi delle povere vittime e che rinforza nei paesani "il fantasma del sospetto" della sua colpevolezza. Ma l'ipotesi della delazione non convince pienamente e si  portati a ritenerla "letteraria", forse proprio a causa dell'apparente sproporzione tra il presunto torto subito dal Farinaio e l'uccisione di dodici innocenti.
Pi verosimilmente la strage intendeva colpire, sulla linea del fronte, uomini validi per impedire che fornissero aiuto ai partigiani e agli Alleati in arrivo. Una strategia del terrore preventiva e indipendente dal fatto che le vittime fossero realmente dei ribelli.
Infine Silei, da sociologo storico, affronta il tema centrale del rapporto tra ricostruzione degli eventi e memoria, esemplificato nella composizione del romanzo Prima che venga giorno. Se la storia  la "riscrittura" del passato, la memoria  il legame con quel passato; esse sono i segni incisi sulla pelle dei testimoni, rispetto ai quali occorre un approccio che consideri la loro persona e la loro storia di vita nella sua totalit, recuperando il loro punto di vista, spesso ignorato o taciuto, comunque mantenuto sullo sfondo dalla storia ufficiale (F. Catastini e F. Silei, La strage di Pratale, Pagnini e Martinelli, Firenze 2004).
...
.
...
Intervista a Fabrizio Silei.
...
.
...
Perch ha deciso di scrivere un romanzo sui fatti di Pratale?
Non sempre la vita con le sue tragedie pu essere argomento da romanzo e sono convinto che valga la pena raccontare una storia vera solo quando questa abbia delle caratteristiche che la rendono paradigmatica, quando cio i suoi personaggi reali sono per cos dire letterari per ci che-rappresentano e raccontano, delineando una condizione umana che supera il tempo e lo spazio e ci riguarda sempre. Una vicenda pu dirsi narrativa quando non  semplice elencazione di fatti, ma diviene straordinaria, non solo e non tanto per l'efferatezza del male che si riversa su innocenti ma anche per altri aspetti che acquisiscono un'aurea epica nei racconti dei sopravvissuti.
E allora perch raccontare di Pratale? Mi  bastato pensare un attimo ai protagonisti di questa vicenda cos come li avevo incontrati nel racconto, in parte certo gi "romanzato" da anni di memorie compartecipate dei testimoni, per togliermi ogni dubbio. Riordinando gli avvenimenti e affidandomi al "miracolo della scrittura", ha germogliato sulla pagina un romanzo che  un insieme di storie e di personaggi straordinari, i cui destini si incrociano a Pratale nei giorni immediatamente precedenti quel tragico 23 luglio 1944, quando ancora tutti ignoravano quanto stava per accadere.
Ne  nato un romanzo che potremmo definire "storico"; accetta questa definizione?
In un certo senso s. Potrei dire che Prima che venga giorno  il mio primo vero romanzo storico. Solitamente diciamo che  storico il romanzo che racconta una vicenda anche di fantasia purch sia ambientata in una particolare epoca e a patto che l'autore si preoccupi di restituirne il clima, lo spirito, l'ambiente e i costumi in maniera pi o meno documentata. Nel raccontare la tragedia di Pratale, per, non ho voluto assolutamente aggiungere niente che non fosse in qualche modo accaduto, mantenendomi fedele ai fatti e lasciando anche nel romanzo l'indeterminatezza della Storia con la esse maiuscola, quale emerge dalle testimonianze e dalle opinioni. Sar il lettore (cos come il ricercatore storico) a formulare una propria ipotesi sulle responsabilit e i dubbi dei protagonisti.
Per mesi ho studiato l'avvenimento, ricercato foto e documenti e incontrato e intervistato pi volte tutti coloro che hanno avuto a che fare, pi o meno indirettamente, con l'episodio o conosciuto i protagonisti di quei fatti. Gli avvenimenti hanno preso forma attraverso le storie dei testimoni, sempre narrate attraverso un "noi" identitario o un "io" che costituisce il loro punto di vista. Ciascuno di quegli uomini e di quelle donne racconta la sua storia e quella della sua famiglia, lo scampato pericolo, la tragedia che lo ha colpito. Nell'intrecciarsi dei racconti, salta subito agli occhi che siamo di fronte a una vicenda corale, a una storia che coinvolge pi famiglie e pi vite.
Non si  trattato propriamente di far e fiction, come si dice oggi, ma di raccontare una storia totalmente vera. Altre volte nei miei romanzi, verosimili ma interamente di fantasia, sono confluiti fatti realmente accaduti, come ad esempio in Alice e i Nibelunghi, (Salani, 2008), ma qui per la prima volta non ho voluto ricorrere alla fantasia, se non per immaginare il contesto di azione e di vita dei personaggi e le loro emozioni in modo il pi possibile plausibile.
Eppure questo romanzo non racconta solo della strage, ma vi confluiscono diverse storie. Come l'ha costruito;'
Ascoltando le testimonianze mi sono convinto che alla tragica vicenda andavano restituiti un prima e un dopo. Un prima che raccontasse la vita quotidiana dei protagonisti e la loro umanit, e soprattutto un dopo che parlasse di quei "silenziosi eroi", vedove e orfane nel caso di Pratale, che hanno dovuto affrontare un lungo dopoguerra fatto di oblio e di abbandono, di sacrifici e di memoria tradita, di sete di giustizia e di tristezza. Ascoltando le testimonianze di Mirella e di altri, ho realizzato che la strage  solo una parte della Storia, perch l'evento celebrato dalle cerimonie istituzionali del dopoguerra trasformava semplici contadini in eroi, e cos facendo li smaterializzava, rendendoli icone da celebrare, martiri della resistenza da piangere pi che uomini e vite da comprendere. Quella dei sopravvissuti  essenzialmente storia di uomini, donne e bambini con i loro bisogni e le loro aspirazioni. Ho capito che quella di Mirella e di sua madre, pur essendo una vicenda esemplare, non rappresenta affatto un'eccezione, ma racconta cosa ne  stato dei sopravvissuti di tutte le stragi nazifasciste e cosa hanno dovuto subire vedove, orfani, mutilati di guerra e reduci nel loro lungo dopoguerra fatto di stenti e di privazioni, di abbandono e di indifferenza da parte delle istituzioni.
Come ha elaborato i personaggi?
Avevo gi scritto un saggio sull'argomento, trascritto le interviste, indagato ogni aspetto del fenomeno che mi  sembrato di intravedere. Prima che venga giorno non poteva e non doveva essere una semplice trasposizione dei fatti che mortificasse la voce dei testimoni. Se di un racconto c'era bisogno, questo doveva nascere per meglio catturare, al di l di riflessioni e tecnicismi sociologici, l'interesse del lettore, tramutandosi in occasione
di comprensione profonda del senso dell'evento (verschen) e di empatia autentica, di forte immedesimazione con i protagonisti della storia.
Ma come restituire il clima di un momento storico e la vita pacifica di questi contadini prima di giungere al tragico evento? Come raccontare quello che segue la tragedia di quel 23 luglio 1944?
Da qui, l'idea di narrare la vicenda attraverso due piani narrativi, incentrati e originati dallo stesso evento: la strage. Due narrazioni che si intrecciano, tanto che  impossibile comprendere l'una omettendo l'altra. Due punti di vista distinti e incrociati: quello per definizione onnisciente del narratore terzo, che - sebbene tradisca una forte empatia con i protagonisti -si mantiene sempre al di sopra dei fatti, e quello personale di Mirella.
Accanto a lei e sua madre, vere e proprie vittime impegnate a reclamare giustizia e a fare memoria, agiscono altri personaggi dotati di una forte personalit, come il nonno di Mirella, impegnato in una vera e propria partita con la morte. Unico in famiglia ad avere combattuto nella Grande guerra, in qualche modo sa cosa lo attende, e per questo vive con maggiore angoscia il conflitto, al quale gi una volta  scampato miracolosamente. Braccato dalla guerra, egli passa le notti in ansia a guardare fuori della finestra, provando pena per chi, come suo figlio e il conte, non sospetta nulla e continua a vivere senza allarmarsi troppo. Figura resa pi tragica dal contrasto con il figlio, il padre di Mirella pensa gi a un dopoguerra che non vedr mai e si immagina a cavallo di una motocicletta rossa.
La parte oscura della vicenda  incarnata dal Farinaio, che le vedove accusano di essere il delatore responsabile della strage. Nel racconto dei testimoni e nel romanzo, egli diviene l'emblema dei rapidi cambi di casacca e dell'opportunismo di coloro che nella guerra si aspettavano di far fortuna, contribuendo cos a inserire nella storia una seconda storia: quella poco nota dei fascisti che presero parte pi o meno direttamente agli eccidi nazisti e che ho raccontato anche nel mio romanzo Bernardo e l'angelo nero (Salani, 2010).
Per il sociologo cos come per il narratore, non  tanto importante se la delazione del Farinaio sia avvenuta o meno; quello che conta  il punto di vista: l'ottica di chi per tutta la vita ha valutato questa ipotesi e vi ha creduto saldamente.
Leggendo, ci si rende conto che il narratore  molto vicino ai contadini, quasi fosse uno di loro.  stato emotivamente difficile raccontare una storia come questa?
Per rispondere, vorrei raccontare un fatto quasi imbarazzante, del quale mi sono accorto soltanto a posteriori e che nella sua "pateticit" ha qualcosa di struggente. Trovandomi a narrare, alcuni mesi dopo la conclusione di Prima che venga giorno, una strage nazifascista nel romanzo Bernardo e l'angelo nero, mi  venuto naturale introdurre delle circostanze simili a quelle di Pratale. Tuttavia, senza rendermene conto, ho fatto andare le cose diversamente: un giovane scappa nel bosco e riesce a farcela; la strage viene sventata dall'intervento del padre del protagonista e dei suoi uomini. Quando mi sono reso conto del rovesciamento, ho provato un po' di disagio e ho capito che probabilmente avevo bisogno di raccontare la stessa storia con un esito differente. Naturalmente nessuna narrazione Sparatoria potr riportare in vita le vittime di una strage. Pu per dare ai superstiti il conforto della memoria, la consolazione di essere compresi e che i loro cari defunti non sono stati dimenticati. Questo dipender anche da voi, dai tanti giovani lettori che, con attenzione e passione, potranno sapere e ricordare "che questo  stato" e adoperarsi facendo quanto  in loro potere perch non si ripeta pi. A tutti voi, il mio grazie, insieme a quello di Mirella Lotti e delle altre, oramai anziane, bambine di Pratale.
Fabrizio Silei.
...
.
...
Testimonianze.
...
.
...
I brani riportati di seguito, contenenti la narrazione dell'evento da parte dei testimoni, sono stati trascritti il pi possibile fedelmente, nella convinzione che il linguaggio e le parole usate abbiano di per s un senso e raccontino la nostra cultura, come noi vediamo e interpretiamo il mondo. Analogamente, dare un volto ai testimoni e alle vittime della strage di Pratale favorisce la nostra comprensione degli eventi e dei protagonisti. Mi  stato possibile approfondire la conoscenza dei fatti di Pratale grazie alla generosa accoglienza di Mirella Lotti, Marcella Gori, Adriana Cresti, Arnolfo Bagni, Elio Nannetti, Adorno Sardelli e Francesco Vermigli. A tutti loro va il mio pi sincero ringraziamento. Un grazie particolare a Mirella, per la sua tenace volont di testimonianza. I nostri incontri sono stati numerosi e da essi  scaturita una sincera e preziosa amicizia.
...
.
...
Mirella Lotti.
... noi s'era fatto i' rifugio da Pratale sotto una famiglia pi avanti, il Sardelli, per andarci perch veniva le cannonate. Un giorno uno di questi di' Gori gl'arrivo a casa e dice: Sapete, ho trovato il Farinaio, si chiamava il Farinaio, e mi ha detto "stai attento, Gori, perch a me mi preme pi la camicia che della pelle!" E dice che vuole anche i bovi nostri.
Perch un paio glieli avevano lasciati a lui questi tedeschi. Noi gli si domand Perch t'ha fatto questo discorso?
Bah, m'ha detto cos!
E te che cosa tu gl'hai risposto?
Bah gl'ho detto, a un certo punto 'un mi frega n della camicia n della pelle. Gl'ho detto cos. E l la fu finita questa faccenda, e poi s'avvicin i giorni...
Il mi' nonno che gl'aveva fatto la guerra '15-'18 lo capiva un po' il tedesco, gli fecero capire che volevano mangiare perch gl'avevan fame. Allora gl'ha detto il mi' nonno a quelle donne: guardate ammazzate le galline, dategli da mangiare tanto l' questione di poco. E le gli fecero mangiare, le ammazzarono le galline, le gli fecero la minestra, le gli fecero la carne... E la sera noi, dice, bisogna mangiare per andare al rifugio perch pioveva le cannonate che non le dico, una cosa pazzesca. Bisogna andare nel rifugio perch qui 'un ci si salva. S'aveva di gi cenato gl'arriva tanti tedeschi, uno dice: Nel bosco! Con i mitra spianati e ci accompagnarono in un boschetto l sotto. Gli stiedero [stettero] un pochino l, parlarono fra s, poi: Donne e bambini via! Io ero in braccio a i' mi' babbo, un tedesco mi prese e mi butt in terra, la mi raccatt la mia zia e mi port fino nel bosco. E un tedesco ci ha accompagnato con la rivoltella puntata gi nel bosco, poi a un certo punto ci ha lasciato. Le mitraglie, le cannonate, in quel bosco fondo che non le dico e si sent urlare. La mi' mamma la gli disse a la... come la si chiamava?... Beppa! Beppa io ho sentito urlare. Macch, Ada, ti  sembrato, la gli disse. E siamo andate in questo rifugio, si  attraversato questo bosco. E la mattina siamo venuti via e la mia mamma con queste altre due signore hanno rifatto la strada che si era fatto la notte. Prima l'hanno trovato questo che era scappato, s'eramo tutti insieme, poverino morto [Giovanni Raspollini] poi sono arrivate l, l'hanno fatto quante... nemmeno cento metri...
... gl'hanno trovati tutti morti e fino al luned sono stati nel bosco, perch c'era sempre i tedeschi... E... poi gl' arrivato gli americani, dice, ma icch gl' successo? E son venuti a vedere quel che gl'era successo, eh, gli americani quando sono arrivati. Il marted mattina gli hanno sepolti nel cimitero di Badia a Passignano. Sono stati caricati su due bovi, su
due carri, i famosi bovi che avevano lasciato questi tedeschi... Anche dal lato finanziario non s'eramo gente ricca, ma s'era persone che non ci mancava niente. Lavoravano tanto, lavoravano nei campi, da stare abbastanza bene. Non certo con le cose che c' oggigiorno, ma da quei tempi si stava bene. I miei lavoravano parecchio, l'eran gente che lavoravano, s'aveva un be' [bel] podere, s'aveva i suini, s'aveva le pecore...
... gl'e rimasta una cosa sola, una grande miseria e un grande dispiacere perch a noi c'hanno portato via tutto, perlinfino i portafogli di tasca gl'avevano sfilato nel bosco. Semo rimasti senza una lira e senza casa perch senta, la casa di sotto l'avevano tutta bombardata. Semo stati un giorno con i materassi sul carro perch non si sapeva dove andare. Dopo due giorni gl' arrivato un fratello d'i' mio nonno da Grassina, gl'ha saputo... l' arrivato quass e gl' andato da i' padrone, da i' conte.
Gli disse: Guardi, signor conte, l c' tre donne senza una casa, come si fa?
Il conte gli disse: Scopri le capanne e coprigli la casa! La 'un sa, dalle sette la mattina - gl'era agosto - fino alla nove con la luna, gl'era a ricoprirci la casa. S'eramo stati qui in una casina, c'avevan dato una stanza e s'eramo tre donne, io la mia mamma e la mia zia di vent'anni. Senza una lira e senza nemmeno mangiare perch 'un s'aveva niente. Questa l' stata la nostra vita. Poi l' arrivata anche una sorella della mamma perch la mamma la s' ammalata di pleurite la 'un poteva far niente. La mia zia l'era .brava e allora c'era gli americani: la gli lavava, ci davano un'arancia, ci portavano il sapone, ci portavano le cose da mangiare e allora, di l s' cominciato piano, piano...
La mia mamma, poverina, la si ammal subito di pleurite e lei nella vita la 'un  stata pi bene. E non c'era n soldi per curarsi e nemmeno le medicine perch dopoguerra in quella maniera 'un c'era niente. E poverina, per tirare avanti, a volte aveva la febbre a trentotto, la stava a fare il ricamo per campare perch 'un s'aveva niente. Io andavo a scuola, tornavo da scuola, si faceva la lezione e mi mettevo a fare il frullino, il gigliuccio alle tovaglie che lei la ricamava se si voleva mangiare, e come si faceva? 'Un s'aveva niente. E con il lume a olio... 'un  come ora c' la luce elettrica...
Te 'un te n'hai a vergognare mai di essere povera, t'hai a cercare sempre di essere onesta! la mi diceva [la mia mamma], Ma di esser povera 'un tu te n'hai a vergognare mai! la m'ha sempre insegnato cos.
A questi tedeschi [aggiungeva la mia mamma]gli chiederei due cose: il perch di questo lenzuolo alla finestra e poi il perch di aver ammazzato tutte queste persone, chi gliel'ha fatto fare, chi gliel'ha detto di fare questo lavoro? Questo gli domanderei.
...
.
...
Arnolfo Bagni (cugino di Ida Raspollini, madre di Giovanni e Rino).
Io da quello che l'ha detto la zia, insomma, quando i tedeschi che a Pratale gl'andarono a prendere gli omini. Giovannino lo misero con quelli da portare laggi a i' bosco e Rino siccome gl'era da dei giorni malato di tifo, che da Pratale per andare alla famiglia Sardelli, i' zio -Maurizio - lo prese sulle spalle e se lo port lass, quando trovonno [trovarono] i tedeschi che videro quest'uomo con questo ragazzo malato, lo lasciarono passare e lo mandarono insieme alle donne che poi si riportarono lass alla famiglia Sardelli. E da allora questo ragazzo s'aggrav sempre di pi, dopo un giorno o due quando gl'arriv gl'americani e fu preso con un'ambulanza e fu portato all'ospedale
di Siena. All'ospedale di Siena, dopo un paio di giorni, mor. Lo zio Maurizio che part dalla Sambuca a piedi per andare, 'un c'era altri mezzi, a trovarlo all'ospedale di Siena e in qui' momento si trattenne lass che questo ragazzo mor, e l'altro e gl'era insieme a tutti quegli attri [altri] caduti, nell'eccidio che fu fatto, ecco.
...
.
...
Elio Nannetti.
S'era a i' Sardella, la mattina gl'arriva due tedeschi e ci dissano: Sgombrare, nel termine di un'ora sgombrare, sgombrare! Allora i' mi' fratello dice: Andiamo a Pratale.
No! 'Un si va a Pratale, si va a Badia...
Ma andiamo a Pratale...
E insomma fu un po' di discussione, allora io dissi: No! Si va a Badia!
E allora vai a Badia, io attacc... c'avevo i bovi, attaccai i bovi a i' carro e s'andiede [and] a Badia. La mattina dopo alle quattro e mezzo gl'arriv un carrarmato americano, sicch i tedeschi gli scapparono tutti, gl'arriv questo carrarmato americano, i tedeschi se la... i tedeschi gli scapponno [scapparono] tutti, gli scapponno. Allora e' si disse, io e un attro, s'era lasciato una cavallina quando s'era sfollati prima: Gnamo [andiamo]! Si Va a vedere se la cavallina la c' sempre, e s'andiede per andare a veder questa bestia. E mentre si camminava si trov la sorella... la zia della Mirella [Lotti]. Sicch, poverina, la si butt al collo a piange'. O icch c' Mirella [chiaramente intende dire Sandra, il nome della zia]? o icch c'?
Stai zitto c'hanno ammazzato tutti, c'hanno ammazzato tutti!
Chi ha ammazzato?
Tutti, tutti, quelli che s'era a Pratale! C'hanno preso ieri sera, c'hanno portato laggi a i' bosco e gli uomini gl'han mandati l a
sinistra, noiattri c'hanno mandato a destra e poi s' sentito gli spari, ce li han ammazzati tutti!
Si va a vedere, si va a vedere, dice: Mi ci porti Elio a vedere? E allora, gnamo a vedere, con un po' di paura, s'aveva paura, hai inteso perch... e s'andiede laggi and' [dove] gl'erano tutti morti, tutti in terra sdraiati e tutti fucilati alla fronte...
Ci siamo chiesti tante volte, la mi' mamma la ne parlava spesso, la diceva icch sar stato, icch sar successo? Il perch tanta ferocia contro queste persone, e gli s'era dato anche mangiare. A volte la diceva: ma perch gli si fece mangiare? La ne parlava spesso e volentieri la mia mamma. (Mirella Lotti)
...
.
...
Mirella Lotti e i familiari.
La zia [Ida Raspollini] dalla morte dei suoi figlioli l'ha vissuto una vita con la corona e poi quando specialmente fu vicino a Badia 'un passava giorno che la 'un frequentava il cimitero. Si trovavan vicino di casa, insomma, ma per lei la vita la fin l, ecco. Lei 'un si sa quanto l'avr pianto e pregato, la sua vita la fu quella. (Arnolfo Bagni)
...
.
...
Arnolfo Bagni, Giovanni e Rino Raspollini.
Marcella Gori e familiari
S, diamine, gliel'ho raccontato s, ma sempre con tanta sofferenza. Ma gliene ho parlato e anche a mio nipote [...]. No di dimenticarle, mai, dimenticarle, per un pochino di tenerle per me stessa, ecco, pi che altro. Proprio  una cosa talmente, talmente grande per me che nessun altro non puole arrivare a questa cosa cos, non  possibile, non  possibile. Ecco, l' cos. (Marcella Gori).
...
.
...
Documenti originali.
...
.
...
I documenti che seguono, oggi conservati nella sede dell'Istituto storico della Resistenza della Toscana, attestano che la storia narrata in questo romanzo  vera, basata in massima parte sui racconti e sui sentimenti dei testimoni sopravvissuti, in particolare di Mirella Lotti. Anche i nomi dei protagonisti e delle vittime sono reali, fatta eccezione per quello del conte Fiaschi, la cui vicenda personale  totalmente di fantasia ed  solo vagamente ispirata alla figura del vero conte Piatti.
Il nome reale del Farinaio non compare nel romanzo n nei documenti, giacch un'indagine degna di questo nome non ci fu mai e, al di l del sospetto dei testimoni, non sono mai emerse prove del suo reale coinvolgimento nella strage.
Deve essere chiaro al lettore che, pur nell'estrema fedelt dei fatti narrati, trattandosi comunque di un romanzo solo ispirato alle testimonianze, le affermazioni e le azioni dei protagonisti in molti casi possono essere esclusivo frutto della fantasia dell'autore.
...
.
...
DICHIARAZIONE DELLE VEDOVE DEI FUCILATI DAI NAZISTI IN LOCALIT "FABBRICA".
Prot. N. 218-29.5.1945.
Noi sottoscritte dichiariamo quanto segue: Durante il periodo di emergenza ci trovavamo assieme alle nostre rispettive famiglie sfollate in localit Casalone. Fra noi vi era pure sfollato un certo [omissis] da Tavarnuzze, soprannominato "Farinaio", il quale stava continuamente in conversazione con tedeschi ivi dislocati, il suo atteggiamento alquanto ambiguo ed il susseguirsi di visite che egli faceva presso Comandi tedeschi che si trovavano: uno in localit Badia Passignano, l'altro nelle fattorie
di Fabbrica, ci diede motivo di sospettare che il suddetto fosse una spia dei tedeschi.
Per queste considerazioni noi cercammo di evitare che il "Farinaio" notasse le presenze nella casa dei partigiani che venivano abitualmente a rifornirsi da noi di viveri e raccogliere informazioni. Circa una decina di giorni prima della Liberazione vennero a stabilirsi nelle vicinanze e come pure nella stessa casa dove eravamo sfollati diversi tedeschi, ai quali fummo obbligate a cucinare i cibi per diversi giorni.
Il giorno 21 luglio alcuni di questi tedeschi si presentarono alla casa, accompagnati dal [omissis] con tre paia di buoi. Uno dei tedeschi chiam in disparte i contadini Gori e Oresti ai quali consegn un paio di bovi per ciascuno, e l'altro paio lo consegn al [omissis]. Il tedesco disse queste precise parole: "Questi buoi li regalo a voi come compenso del disturbo che vi abbiamo dato, ma non dateli al [omissis] perch egli ne ha gi avuti un paio e non  buono con voi".
Nella giornata questi tedeschi partirono e ne vennero altri. L'indomani il [omissis] si present al Gori Lino pretendendo che questi gli consegnasse uno dei buoi. Al rifiuto avutone egli pronunci queste parole: "A me costa pi la camicia che la pelle". Il Gori Lino rispose: "A me non costa n l'una n l'altra". Da quel momento non vedemmo pi il sunnominato. L'indomani, domenica 23 luglio 1944, vedemmo la casa circondata da tedeschi e data l'immediata vicinanza delle truppe Alleate non facemmo caso a questo schieramento di forze. Nella stessa mattina uno dei tedeschi chiese alla massaia Oresti Giuseppa un lenzuolo ed avutolo lo mise fuori del davanzale di una finestra dicendo che cos gli Alleati non avrebbero sparato sulla casa.
Noi tutti stavamo riuniti in una stalla dalle mura molto solide dove pensavamo di essere al sicuro ed attendevamo di essere inviati a Badia a Passignano, come era stato detto dagli stessi tedeschi. Sull'imbrunire irruppero nella stalla tre o quattro tedeschi armati
di fucili mitragliatori, i quali ci intimarono di uscire tutti fuori senza darci nessuna spiegazione.
Giunti che fummo sul piazzale della stalla essi ci intimarono di camminare avanti a loro in un bosco vicino. Giunti in esso uno dei tedeschi si stacc dagli altri e spostatosi poco pi in alto chiam gli altri tedeschi rimasti nella casa. Al loro arrivo cambiarono subito atteggiamento e ci ordinarono aspramente a noi donne e bambini di separarsi dagli uomini e perch la bimba Lotti Mirella di anni 10 si aggrappava al collo di suo padre gridando: "Non mi lasciare babbino. I tedeschi ti ammazzeranno" la colpirono col calcio del fucile. La bimba svenuta fu presa dalla madre, la quale venne spinta a calci in mezzo alle altre donne. Dopodich fummo avviate pi in basso verso un fiumicello. Subito dopo sentimmo varie raffiche di mitraglia seguite da grida di dolore. Impossibile fu per noi donne, il rendersi conto di ci avveniva date le poche centinaia di metri che ci separavano dal centro della battaglia fra tedeschi ed Alleati. Lo spavento ci aveva inoltre tolta ogni possibilit di ragionamento dopo la violenta separazione dai nostri familiari rimanemmo tutta la notte nascoste nel bosco come inebetite. Verso l'alba sentimmo arrivare delle truppe e potemmo constatare che erano finalmente gli Alleati ed una speranza gioiosa rianim i nostri cuori, ma nel frattempo il grido di orrore di una delle donne che erano con noi e che si era poco prima allontanata ci piomb nuovamente nella disperazione. Accorremmo sul luogo ed uno spettacolo orrendo si present ai nostri occhi. Vedemmo un ammasso di corpi umani imbrattati di sangue. Tutti i nostri dodici uomini componenti le nostre quattro famiglie erano stati fucilati. Impossibile  il descrivere le nostre sofferenze poich sono al di l della comprensione umana.
Da allora, causa la perdita degli unici nostri sostegni nella vita, siamo costrette ad assoggettarci ai pi duri lavori per guadagnare un tozzo di pane per noi e le nostre creature. Ma quello che  pi crudele  il dovere constatare il disinteressamento cui siamo state finora oggetto da parte delle autorit comunali dei nostri rispettivi comuni.
Noi non chiediamo compassione o carit da nessuno. A noi non fanno paura lavoro e sacrifici, ma chiediamo solo che se abbiamo dei diritti anche perch abbiamo aiutato disinteressatamente i nostri gloriosi partigiani, che questi diritti ci vengano riconosciuti. Siamo delle povere vedove sole ed abbandonate da tutti. Prima di chiudere questa dichiarazione vogliamo richiamare l'attenzione delle Autorit che si occuperanno del nostro caso affinch esse indaghino sulla strana esecuzione dei nostri uomini compiuta senza alcuna spiegazione.
Noi da diversi dati di fatto con la coscienza di compiere un atto di giustizia accusiamo il [omissis], come l'istigatore e la spia che indusse i tedeschi a compiere un s nefando delitto.  da notare come il sopradetto, due giorni dopo la Liberazione, sia venuto ancora una volta a chiedere il bue minacciando di prenderlo con la forza se non gli fosse stato concesso e di ucciderlo davanti alla casa stessa. Rendiamo inoltre noto che ci sono stati pagati solo tre mesi di sussidio e che non abbiamo avuto aiuti di sorta dagli amministratori delle fattorie cui siamo stati finora mezzadri, ma una di noi  stata perfino messa fuori di casa e costretta a chiedere asilo in casa altrui.
In fede di quanto sopra ci sottoscriviamo.
...
.
...
SEGNO DI CROCE di Cresti Giuseppa
F Cresti Luigi
F Lotti Ada
F Lotti Aldo
F Lotti Alessandro
F Gori Ida
...
.
...
Sandrina Lotti
Bandinelli Ada
Vermigli Ada
Gori Ida
San Casciano, 19 Maggio 1945.
SOTTOCOMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE GINESTRA FIORENTINA
Prot. n. 215/23.5.1945 l 15.5.1945.
Al C.L.N. di S. Casciano
Essendo venuto ad abitare in questa frazione certo Sig. [omissis] - detto il Farinaio - cost residente si domanda a codesto Comitato i precedenti politici del suddetto.
Da informazioni assunte sembra che detto sia complice dello svaligiamento della villa di propriet del Conte Piatti. In attesa di una vostra sollecita risposta, vi salutiamo.
p. SOTTOCOMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE
Ginestra Petrini
26 Maggio 1945 N. 218 di prot.
Al Comandante la Stazione CC.RR.
di San Casciano Val di Pesa e Mercatale Val di Pesa
Si trasmette copia, affinch siano presi gli opportuni provvedimenti, di una denuncia delle vedove dei civili di Fabbrica, fucilati dai tedeschi, a carico di [omissis], nato a San Casciano Val di Pesa, ed attualmente domiciliato alla Ginestra (Signa).
Il Comitato di Liberazione Nazionale [di San Casciano val di Pesa]
...
.
...
LEGIONE TERRITORIALE DEI CARABINIERI REALI FIRENZE STAZIONE DI MERCATALE VAL DI PESA.
N. 17/189 di prot. div. 3A Mercatale, 28/5/1945.
Oggetto: Denuncia per collaborazione con i tedeschi di [omissis]
Al comando della stazione CC.RR. della Ginestra (Firenze) e p.c. Al Comitato Liberazione Nazionale di S. Casciano Val di Pesa
(risp. f. N 218 del 26 and,)
Si trasmette l'unita denuncia emessa contro certo [omissis], nato a San Casciano Val di Pesa e residente in codesta giurisdizione, affinch il [omissis] sia rintracciato e proceduto nei suoi confronti per collaborazione con il tedesco invasore, facendo conoscere l'esito della denuncia, sia a questo comando che al C.L.N. di S. Casciano Val di Pesa in riferimento al suo foglio N 218 del 26 and. significando che le dichiarazioni delle denuncianti rispondono a verit.
Il brigadiere comandante della stazione Gualberto Dolci
prot. N. 226 - 6/6/1945
29 maggio 1945 N. 215 di prot.
...
.
...
Al Sottocomitato di Liberazione Nazionale GINESTRA
Facendo seguito alla vostra lettera del 15 maggio 1945, in merito alla posizione politica di [omissis], Vi rimettiamo copia di una denuncia fatta a suo carico, che illustra molto bene la posizione del sopradetto.
Il Comitato di Liberazione Nazionale
Sancasciano Val di Pesa, 3 Giugno 1945 Prot. N. 233 - 8/6/1945
Spett. Comitato Liberazione Nazionale San Casciano Val di Pesa
La sottoscritta [omissis] chiede a codesto egregio Comitato per il marito [omissis] fu Pietro, che gli venga rilasciato un attestato comprovante la sua posizione politica, ossia che egli, come testimonianze numerose e sicure possono provare, non  mai stato iscritto al Partito Fascista n al neo Partito Fascista Repubblicano, ma che anzi la sua fede di antifascista si  rivelata sempre e dovunque, come, ad esempio, nelle famose giornate 25-26-27 luglio 1943, quando capitanando la squadra di antifascisti del Galluzzo mio marito venne a San Casciano, sostenne e vinse l'opposizione del Maresciallo e dei Carabinieri alla manifestazione che si stava preparando, riusc ad aprire la Casa del Fascio, vi penetr e in presenza della popolazione deturp e stracci la fotografia di Mussolini e gli stemmi del fascio che si trovavano nella casa medesima.
Sicuro che codesto on. Comitato vorr esaudire la mia richiesta e soddisfare questa mia necessit, in attesa di codesto documento, ringrazia sentitamente ed ossequia.
F.to [omissis]
14 giugno 1945 N. 293 di prot.
Sig.ra [omissis] nei' [omissis] San Casciano Val di Pesa Oggetto: Dichiarazione
A seguito della Sua richiesta, dopo esperite accurate indagini, questo Comitato di Liberazione Nazionale, dichiara che il suo marito [omissis] fu Pietro, non  stato mai iscritto al Partito Fascista n al neo Partito Fascista Repubblicano.
Nelle famose giornate del 25-26-27 Luglio 1943, capitanando la squadra antifascista del Galluzzo, venne a San Casciano Val di Pesa, riusc ad aprire la Casa del Fascio ed in presenza della popolazione deturp e stracci le fotografie di Mussolini e gli stemmi del Partito Fascista che si trovavano nella Casa medesima.
Il Comitato di Liberazione Nazionale
...
.
...
Rassegna critica.
...
.
...
Le direttive dei comandi militari e la radicalizzazione della guerra.
Un paio di settimane dopo i fatti di via Rasella [l'attentato a Roma contro un reparto dell'esercito tedesco il 23 marzo 1944, cui segu la rappresaglia del 24 marzo alle fosse Ardeatine], il Comando supremo in Italia prendeva atto che gli attentati terroristici e l'imperversare delle bande erano ulteriormente aumentati. Kesselring (il comandante supremo) il 7 aprile ordin dunque quanto segue:
Contro le bande si agir con azioni pianificate.  inoltre necessario garantire la continua sicurezza della truppa contro attentati e attacchi. [...] Durante la marcia, nelle zone in cui vi sia pericolo di partigiani, tutte le armi dovranno essere costantemente tenute pronte a sparare. In caso di attacco, aprire immediatamente il fuoco, senza curarsi di eventuali passanti. [...] Il primo comandamento  l'azione vigorosa, decisa e rapida. [...] Data la situazione attuale, un intervento troppo deciso non sar mai causa di punizione.
Nella strategia del comando tedesco, le azioni dovevano per avere un doppio obiettivo: colpire i partigiani e allo stesso tempo far comprendere alla popolazione quali conseguenze avrebbe avuto anche per i civili
la presenza dei ribelli. La popolazione doveva considerare causa delle rappresaglie non gli occupanti, che volevano costringere gli italiani a collaborare, bens i partigiani, e di conseguenza negare ai ribelli simpatia e aiuto. Nei confronti della popolazione civile la truppa doveva pertanto comportarsi nel modo seguente:
Nel caso di attacchi,  necessario circondare immediatamente i luoghi in cui sono avvenuti; tutti i civili che si trovano nelle vicinanze, senza distinzioni sociali o personali, devono essere arrestati. In caso di attacchi particolarmente gravi, si pu anche prendere in considerazione di dare immediatamente fuoco alle case da cui si  sparato. [...] Una rapida punizione  pi importante dell'invio immediato di un rapporto. Tutti i comandi responsabili devono usare la massima durezza nella persecuzione [...]. Inoltre, i comandi di piazza locali dovranno rendere noto che alla minima azione contro soldati tedeschi verranno adottate le contromisure pi drastiche. Ogni abitante del luogo dovr essere avvertito di ci; nessun criminale o fiancheggiatore pu aspettarsi clemenza.
Con questo ordine era stato preparato il terreno per la radicalizzazione della lotta antiguerriglia. Con l'aggravarsi della situazione militare doveva necessariamente assumere un'importanza maggiore per i comandanti anche il controllo delle retrovie. Una situazione di tal genere si verific nel maggio-giugno del 1944.
Gli ordini dall'alto furono motivati senz'altro dal peggioramento della situazione militare, soprattutto dopo la perdita della linea difensiva Gaeta-Ortona. Furono alimentati per anche da un atteggiamento ostile e di disprezzo nei confronti dell'esercito partigiano, da un lato, e da un atteggiamento "punitivo" nei confronti della popolazione che spesso aveva attivamente contribuito ad accelerare l'avanzata anglo-americana. [...]
Alla met di giugno, gli ordini per la lotta alle bande furono ulteriormente inaspriti, tanto da offrire, ormai, una copertura a qualsiasi
misura adottata dalla truppa. In base alla clausola per la quale nessun comandante sarebbe stato chiamato a rispondere delle sue azioni, le truppe tedesche furono praticamente spinte a compiere massacri.
La fondamentale disposizione di Kesselring del 17 giugno '44 serv da base per una serie di ordini di contenuto simile. Cos, ad esempio, il generale von Zangen, responsabile della difesa delle coste, ordin il 29 giugno: Dove sono presenti bande di notevoli dimensioni, bisogna ogni volta arrestare una determinata percentuale della popolazione maschile della zona e, qualora si verificassero violenze, fucilarla. Bisogna farlo sapere agli abitanti. Se in qualche localit si spara sui soldati [... ] la localit stessa dovr essere incendiata. Esecutori o capipopolo saranno impiccati in pubblico.
...
.
...
Con ordini di cos vasta portata (che andavano anche oltre le disposizioni di Kesselring), venivano poste le basi per un comportamento assolutamente privo di scrupoli contro tutti coloro che venivano indicati come partigiani. L'appartenenza al movimento partigiano non era pi stabilita sulla base di elementi a carattere militare (il possesso di armi, l'indossare un'uniforme, il vivere in accampamenti), bens su supposizioni e consapevolmente anche la popolazione civile ne fu considerata parte. La durezza delle misure dipese in gran parte dai comandanti locali, che avevano ampia autonomia nel realizzare i loro compiti e ai quali, indipendentemente dal mezzi adottati, era stata esplicitamente promessa la copertura dall'alto.
Gli ordini di von Zangen [...] furono recepiti ampiamente dal Comando supremo della 14 armata. Il 3 luglio il generale Lemelsen eman un rigoroso ordine rivolto all'esercito per la lotta contro i partigiani, ampliando ulteriormente la cambiale in bianco di Kesselring. L'obiettivo era quello
di vendicare immediatamente ogni atto di violenza partigiana ma in primo luogo le minacce di rappresaglia erano rivolte alla popolazione civile dei paesi, minacciata di misure draconiane nel caso di attivit partigiane svolte nelle loro vicinanze: dove questi erano presenti in numero consistente i parenti o gli uomini atti alle armi simpatizzanti con le bande dovevano essere presi in ostaggio e, nel caso di atti di violenza, fucilati; ci doveva essere in precedenza reso noto alla popolazione. Da queste misure di rappresaglia dovevano essere risparmiati soltanto i fascisti. L'elenco delle possibili misure repressive, che lasciava un ampio margine di autonoma interpretazione alle unit impiegate nella lotta antipartigiana, veniva ampliato ulteriormente: Inoltre, deve essere immediatamente fucilato chi d appoggio alle perfide e criminali bande: attraverso il rifornimento di viveri, dando loro alloggio, oppure trasmettendo informazioni militari. Veniva fucilato anche chi aveva con s o teneva nascoste armi, perfino semplici fucili da caccia, o esplosivi e chi compiva azioni ostili di qualunque tipo contro la Wermacht tedesca, fattispecie che lasciava ampio spazio all'interpretazione.
Con quest'ultima specificazione venivano anche tacitamente coperte le fucilazioni di donne, vecchi e perfino bambini, che potevano essere impiegati dai partigiani per trasmettere informazioni o trasportare viveri. E se qualche unit avesse ancora nutrito dubbi sul fatto che una misura repressiva fosse, o meno, coperta da tali ordini, tali dubbi venivano eliminati del tutto dalla seguente aggiunta che riproduceva alla lettera l'ordine di Kesselring ed equivaleva a una cambiale in bianco: Dar la mia copertura a ogni comandante che nella lotta contro le bande oltrepassi nella scelta e nella drasticit del mezzo la moderazione che ci  solita. Vige anche qui il vecchio principio che uno sbaglio nella scelta dei mezzi per imporsi  sempre meglio dell'omissione o della trascuratezza.
...
.
...
Terrorizzare la popolazione civile era dunque uno strumento di lotta consapevolmente calcolato. Doveva determinare due effetti: da un lato aizzare la popolazione civile contro i partigiani, dall'altro essere uno strumento di pressione sui ribelli, che in genere avevano radici nella zona in cui operavano.
Gli ordini emanati dai vertici militari miravano ora ad abolire la distinzione tra partigiani e popolazione civile. La popolazione stessa doveva essere resa responsabile della presenza di partigiani. Ogni azione da parte dei partigiani doveva essere interpretata come se l'intera popolazione della zona appartenesse alle bande.
Lutz Klinkhammer, Stragi naziste in Italia. La guerra contro i civili (1943-44), trad. it. di S. Meyer, Donzelli, Roma 1997, pp. 91-96.
...
.
...
Oltre i luoghi comuni.
...
.
...
Negli ultimi anni sono andati moltiplicandosi gli studi sulle uccisioni di civili in Italia da parte delle truppe tedesche, fra settembre 1943 e aprile 1945. Prima che venga giorno s'inserisce in quest'area di ricerca, in Toscana pi fecondo che altrove. Fabrizio Silei ci descrive l'eccidio di Pratale, consumatosi nella notte del 23 luglio 1944 in un cascinale situato a pochi chilometri da Firenze, nel territorio compreso fra Tavarnelle e San Casciano Val di Pesa. Un manipolo di soldati tedeschi, dopo aver allontanato bambini e donne, conduce tutti gli uomini in un bosco vicino. Qui dodici persone vengono fucilate senza piet e - quel che subito colpisce il lettore - tanta brutalit si consuma senza un'apparente necessit strategica. Ci rende l'eccidio di Pratale diverso da analoghi episodi di violenza contro civili, pi controversi per l'intreccio non facilmente solubile delle responsabilit. Non si  consolidata, infatti, a Pratale, fra i figli e nipoti quella divisione della memoria che ha lacerato ad esempio la comunit di Civitella in Val di Chiana (o i sopravvissuti alla strage presso il Duomo di S. Miniato, sulla cui incerta attribuzione gli storici continuano a dividersi). Si  conservato, con il trascorrere del tempo, un dubbio: fu la conseguenza dell'ingordigia di qualcuno che denunci i contadini come informatori dei partigiani o la strage va inquadrata nel contesto della "ritirata aggressiva" che accompagn l'arretramento dei tedeschi nella primavera del 1944?
Silei ricostruisce i fatti con rigore e metodo analitico, senza rinunciare al pathos di una narrazione coinvolgente. Il racconto prende il lettore alla gola, proprio per l'inspiegabilit di quelle uccisioni portate a termine da una volont crudele.
Per molti anni la discussa definizione di "guerra civile" ha oscurato la comprensione della "guerra ai civili". La differenza  di sostanza, non  una semplice sfumatura lessicale. Diffusa  stata l'inclinazione a narrare il biennio 1943-1945 come se sulla scena agissero soltanto, descritti in forme spesso
mitologiche, gli eroi del male e quelli del bene, gli uni contro gli altri armati, con tonalit non di rado oleografiche, soprattutto quando si  trattato di descrivere la solidariet fra contadini e resistenti, una realt che fu assai meno idillica, come gi aveva illustrato Beppe Fenoglio. Ne sono scaturite ricostruzioni spesso unilaterali. Per nostra fortuna, negli ultimi tempi, grazie al lavoro di scavo prodotto non da storici ma quasi sempre da storiche (Gabriella Gribaudi e Michela Ponzani innanzitutto), liberatosi di ogni residuo ingombro ideologico, l'orizzonte si  ampliato, volgendosi a studiare le vittime provocate, nel teatro di una guerra spaventosa, dai bombardamenti alleati o dalle loro truppe che risalivano la penisola. Sul piano numerico un solo dato  pi d'ogni altro sorprendente. Di contro a una cifra di circa 10.000 vittime civili determinate da atti di violenza scatenati dai nazisti, si calcola che le vittime della guerra aerea siano state quattro volte superiori: 41.420  la cifra fornita dallo storico che ha condotto le ricerche pi attendibili, Lutz Klinkhammer.
Il libro di Silei, al pari di altre memorie e testimonianze, fa luce su quella che Levi definiva violenza gratuita. Il malvagio percuote e uccide avendo uno scopo. Nei tedeschi spesso si osserva un'aggressivit senza scopo. Silei ci accompagna per mano dentro l'enigma della violenza senza un fine. Vengono in mente per assonanza le pagine del diario di Giancarla Arpinati (Malacappa. Diario di una ragazza 1943-1945), con una clausola non trascurabile: qui si rievoca una vicenda sconosciuta agli specialisti e troppo a lungo dimenticata, mentre Arpinati (come Giorgio Diritti nel suo film capolavoro, L'uomo che verr) focalizza l'attenzione sull'eccidio pi studiato, quello di Marzabotto.
La sobriet stilistica, unita al rigore della ricostruzione, fanno di questo libro, oltre che una lettura intensa e coinvolgente, un utile strumento di lavoro per chi vorr addentrarsi nel groviglio di quei mesi senza preconcetti e senza paura di ricercare il Vero, che spesso, lo sappiamo, si nasconde nel dettaglio.
Alberto Cavaglion.
...
.
...
FINE.